Torri e castelli: sentinelle di pietra

Nell’età di mezzo, età d’armi e di fantasmi, nell’alta Lombardia «sorgevano pel contado castelli di massicce mura, cerchiati da profonda fossa e chiusi da porte ferrate; quivi o nobile, o Feudatario, o guerriero stava rinchiuso per esercitare prepotenze sopra i vassalli, per tendere agguati ai vicini, o per sottrarsi alle pene meritatesi coi delitti e cò tradimenti». Si legge questo nel capitolo primo del romanzo storico «Il Castello di Trezzo» di Giambattista Bazzoni, coevo dei «Promessi Sposi». Par di sentire richiamo ai «manzoniani» innominato e don Rodrigo. E di udire l’invettiva dell’abate Panini: «E voi degli altri secoli feroci le campestri rocche voi godeste abitar, truci d’aspetto». Nella terra lecchese, corsa da mille eserciti, insanguinata da mille battaglie, castello è però quasi sempre sinonimo di apprestamento difensivo; e la torre ha soprattutto funzione di avvistamento. Fu al principio dell’ undicesimo secolo – narra Ignazio Cantù nelle «Vicende della Brianza e de’ paesi circonvicini» – che anche qui da noi le popolazioni «a capo di ogni villa, sul cocuzzolo d’ogni collina, eressero fortificazioni, di molte delle quali scorgiamo ancora vestigia». Ma ove pur manchino vestigia, è l’insistente ripetersi del toponimo «Castello» a tramandarne testimonianza. Non abbiamo, qui, costruzioni che le guide possano classificare importanti; castelli e torri dalle nostre parti hanno quasi un che di casareccio, di modesto, senza pretese. Eppure quelle pietre – talvolta oltraggiate dall’incuria o dalla malagrazia – scandiscono la storia, reliquie di un passato non inglorioso della nostra gente. In questa luce, non con l’occhio freddo del catalogatore, vogliamo guardarle.