Linea Cadorna: una pagina di storia

E una novità per diversi motivi. Per l’argomento, prima di tutto: la prima guerra mondiale, la Grande Guerra che a partire dall’agosto 1914 e fino al novembre 1918 segnò tragicamente la storia dell’ Europa e in particolare delle terre di confine tra Italia e Austria. Per gran parte degli escursionisti che salgono su queste montagne si tratta senza dubbio di un tema nuovo, ben diverso dall’ormai tradizionale approccio alla meravigliosa storia di leggende, magia e cavalleria castellana. Un tema nuovo ma assolutamente necessario in un momento storico in cui sembrano risorgere i nazionalismi e le lacerazioni tra diverse comunità e in cui si rischia, per di più, di dimenticare pericolosamente la storia del Novecento. Alla memoria, infatti, alla consapevolezza e comprensione di un passato tragico e doloroso da parte delle nuove generazioni è diretto il recupero della «Linea Cadorna», Nuovo è anche il metodo di lavoro: non soltanto il recupero dei luoghi e dei manufatti, ma anche della sua memoria. La prima guerra mondiale anche come evento simbolo della formazione, storica e culturale, dell’Europa contemporanea.
Il punto di partenza, oltre naturalmente alla suggestione storica dei luoghi, è quel patrimonio di umanità di chi visse gli anni della Grande Guerra da soldato, da profugo, da semplice testimone del tempo, di tante vicende sospese tra patrie lontane. L’insieme di queste micro storie dà l’esatta dimensione della portata che ebbe il conflitto per le nostre vallate, cha pagarono un tributo altissimo di vite umane, aggravato pochi anni dopo sui fronti di guerra del secondo conflitto mondiale, con conseguenze devastanti per la civiltà delle Alpi.
Camminando tra queste postazioni, al cospetto di queste vette, è impossibile non rivolgere il pensiero agli orrori ed alle follie della Grande Guerra, di ogni guerra. E il pensiero va ad altre cime (l’Adamello, ad esempio, che dal Legnone o dal Pizzo dei Tre Signori si individua sull’orizzonte nord orientale; e più a nord il gruppo Ortles Cevedale) che furono terreni degli aspri combattimenti fra alpini italiani e kaiserschützen e kaiserjager tirolesi, protagonisti di un estenuante conflitto di postazione nel quale i punti chiave venivano ripetutamente presi e persi in una sanguinosa altalena. C’è quindi un duplice interesse, escursionistico e storico, a motivare le escursioni in questa zona. Infatti, oltre a ripercorrere le tracce dei primi esploratori attratti dal fascino delle vette o, nel caso dello sci alpinismo, dalle immense distese bianche, frequentando questa zona è possibile scorgere le testimonianze della Grande Guerra.
Il tratto orobico della linea difensiva Occupazione Avanzata Frontiera Nord (OAFN o anche «Linea Cadorna») presenta le tipiche caratteristiche della Fortificazione, campale di montagna: imprese e maestranze civili con l’ausilio di manodopera militare della Milizia Territoriale realizzarono, utilizzando la pietra locale a secco, chilometri di trincee, piccoli ricoveri scavati faticosamente in roccia, piazzole e caverne per mitragliatrici ed ampi sbarramenti di filo spinato. Dietro a questa linea continua troviamo casermette, osservatori blindati, piazzole, casematte e possenti cannoniere in caverna destinate ad accogliere cannoni e obici da 75, 149 e 210 mm, pronti a fiaccare il nemico e ad appoggiare eventuali contrattacchi. Salendo dalle rive del Lario nella direzione del Pizzo dei Tre Signori, utilizzando il tracciato della Dorsale Orobica Lecchese (con le relative guida e cartoguida), troviamo ad esempio l’imponente batteria in caverna numero 110 e la numero 109 entrambe a Locotocco, mentre l’ultima batteria dell’ OAFN per ordine numerico è rappresentata dalle casematte in calcestruzzo della 111, al Roccolo Artesso. Dalle rocce sovrastanti il castello di Corenno Plinio le trincee si snodavano seguendo la linea di cresta, interessando Vestreno (località Bacino), Locotocco, Sommafìume, Roccolo Artesso e Roccoli Lorla. Sulla cima del Monte Legnoncino era stato ricavato un osservatorio in caverna. Ma la «Linea Cadorna» sbarrava anche Bocchetta di Trona, Bocchetta Colombana, Stavello e Pizzo Rotondo. Ogni via che avrebbe potuto facilitare la penetrazione verso la pianura lombarda venne munita e presidiata: Verrobbio, Passo San Marco, Lemma e San Simone, Passo Dordona, Publino e Veneta. Si ottenne così un catenaccio saldato al campo trincerato del Mortirolo.
Il nemico austriaco non doveva sfondare dallo Stelvio al Tonale, ma per tutta la guerra si temette anche una sorpresa nemica dalla frontiera svizzera. Appunto per prevenire questo pericolo nacque I’OAFN, i cui lavori durarono dal 1916 al 1917. Oggi la traccia più consistente ed ammirevole di quei lavori è individuabile nella fitta rete di strade camionabili, mulattiere e sentieri di arroccamento spesso ottimamente conservati ed utilizzati da gitanti ed automobilisti. L intera Val Varrone venne collegata viabilisticamente da Dervio sino a Premana mentre una tortuosa quanto lunga pista si inerpicava alla cima del Monte Legnone, per servire il piccolo campo trincerato dell’Alpe Scoggione. Da Premana ci si può ancora servire delle mulattiere militari per raggiungere i resti delle trincee alle bocchette Stavello, Colombana e Trona. Le opere fortificate che si incontrano lungo la Dorsale Orobica Lecchese furono le ultime ad essere costruite, in un regime di frettolosa economia: meritano comunque l’attuale valorizzazione, premessa alla loro progressiva tutela.
Le attuali strade della Val Varrone nacquero dunque in quegli anni come strade militari. Da Dervio una rotabile conduceva a Vestreno e Sueglio, con diramazioni per Somrnariume e Roccoli d’Artesso. A Tremenico si staccava un’altra strada per la bacchetta dei Roccoli Lorla. A Gallino si staccava la lunghissima strada del Legnone. A Premana una strada militare, che ricalcava in parte la vecchia «strada di Maria Teresa» o strada delle miniere, conduceva verso la Bocchetta di Trona. Un tronco stradale si staccava al Gebbio verso la Prodace e risaliva la Val Fraina per sdoppiarsi e salire da una parte alla Bocchetta di Stavello e dall’altra alla Bocchetta di Colombana. Alla Bocchetta di Stavello vi sono due appostamenti con muri in pietra a secco e feritoie in cemento per armi automatiche. Salendo lungo la cresta verso il Monte Rotondo, a valle del versante che dà verso l’Alpe Fraina, vi sono i ruderi di una piccola caserma, poi una serie di camminamenti con scalinate che seguono la cresta, formati da un doppio muro a secco e postazioni per i fucilieri. Da qui è facile rintracciare, più in alto, la galleria scavata in caverna, che guarda sul versante della Valtellina, destinata ad ospitare pezzi di artiglieria. A quota 2120 un’altra postazione in pietra a secco e due avancorpi verso la Vai Gerola, ha una serie di feritoie su entrambi i lati. Un camminamento con postazioni per fucilieri si trova 60 metri più in alto. Lassenza di vegetazione rende facile l’osservazione delle opere in muratura che si trovano anche salendo ancora più in alto. A quota 2380, infatti, si possono visitare i ruderi di una postazione costruita ad emiciclo. Ormai si è vicini alla vetta tondeggiante del Monte Rotondo, una decina di metri sotto la quale è una piazzola con l’appostamento per un cannone.
Alla Bocchetta di Colombana si notano i consistenti ruderi di due grandi casermette oltre che una vasta piazzola per armi pesanti. Risalendo il lato sud della Bocchetta, si incontrano tre postazioni in pietra, disposte a varie altezze. Sul lato nord si nota invece un camminamento che conduce ad una postazione per artiglieria, protetta da una trincea in muratura disposta a mezzaluna, lunga una trentina di metri, con feritoie ricoperte da grandi lastre di pietra, una delle quali porta incise delle iniziali e la data 1916. Non lontani da questa sono altri due tratti di trincea. Salendo verso la Cima Fraina a quota 2280 vi è una trincea con feritole quindi due postazioni con piazzole per cannoni e, proprio in vetta, un piccolo osservatorio.
Alla Bocchetta di Trona, che si raggiunge seguendo la strada militare che sale fino ai piani di Varrone, sopra il passo c’è una ridotta in cemento con due avancorpi agli angoli nord e sud, caratterizzata da feritoie rettangolari. Qui è facile distinguere tra la prima linea di trincee, della quale si scorgono ancora tracce, e la seconda linea, sempre di trincee, con piccoli locali, probabilmente dei depositi di munizioni. Una postazione a mezzaluna punta sul lago di Trona: da questa parte un camminamento in galleria che conduce ad un osservatorio da cui lo sguardo spazia sulla Val Varrone.
Sul versante opposto si scende verso la casera nuova di Trona dove, a monte della stessa, si scorgono le trincee che servivano a proteggere il passo da un eventuale attacco proveniente dalla Val Gerola.
Nel territorio ad occidente del Lario vennero realizzate le postazioni della linea di difesa avanzata che dal valico di San Lucio proseguiva per il monte Garzirola, il Pizzo di Gino, il passo di Sant’Jorio, scendendo infine a Gravedona. Si trattava comunque di una linea avanzata: la vera linea di arresto, paragonabile a quella realizzata nel tratto orobico tra il Lario e la Bocchetta di Trona, venne realizzata più a sud, utilizzando come bastione il Monte Galbiga. Cannoniere in caverna, trincee, camminamenti e postazioni sono comunque visibili, per quanto riguarda il territorio della Comunità Montana Alpi Lepontine, nei territori di Porlezza, Bene Lario e Grandola ed Uniti. La prima postazione è al Pian della Poma, in territorio del Comune di Porlezza da dove, proseguendo verso est, si raggiunge la zona dell’Alpe Bene di Sopra dove si trovano un osservatorio con retrostante galleria e un camminamento. Ad una quota più bassa si trovano i trinceramenti della località «Stainpee» con camminamenti, postazioni di tiro e gallerie, le trincee del «Truc» e del «Gorel» entrambe con gallerie, Il percorso escursionistico sedimentatosi sui tracciati militari risalenti al primo conflitto mondiale continua fino all’ Alpe di Grona nel territorio di Grandola ed Uniti.
Qui è interessante considerare gli elementi strategici che portarono alla realizzazione di questa linea che, suddivisa in più settori, andava dalla Valle d’Aosta alla Valtellina (campo trincerato del Mortirolo tra i fronti dello Stelvio e del Tonale). Si trattava innanzitutto di una linea di difesa ad oltranza, in alcuni punti arretrata rispetto al confine. Il settore Ceresio-Lario, da Como a Menaggio, rappresentava il punto di maggiore prossimità alla pianura lombarda. L importanza di questa zona era tale che tutti i piani elaborati prevedevano, quale primo obiettivo da raggiungere al segnale di ostilità, l’occupazione dell’intero Mendrisiotto fino a Capolago. A tal fine si era previsto di concentrare inizialmente il fuoco delle artiglierie sulla diga-ponte di Melide, unica via di collegamento stradale e ferroviario con Lugano attraverso il territorio svizzero. Tra i grossi calibri preposti all’opera di demolizione erano state previste anche tre batterie di mortai da 305 mm, che in realtà non vennero mai assegnate. Tale azione, oltre che migliorare nettamente la posizione delle nostre fanterie, avrebbe consentito l’agevole occupazione del monte Generoso a protezione e sostegno della Sighignola, punto strategico dell’intero settore. La linea di difesa ad oltranza, da Porlezza fino a Menaggio, utilizzava la catena montuosa a sud della Val Menaggio, che opponeva una sufficiente difesa naturale, tale da potervi diradare lo schieramento dei reparti. Nel settore San Lucio – Sant’Jorio era invece prevista l’occupazione della linea di confine per una prima resistenza sufficiente ai reparti per schierarsi sulla linea di difesa a sud della Val Menaggio. II settore Mera-Adda proponeva la catena orobica, sul versante meridionale della Valtellina, quale limite di difesa ad oltranza. A difesa dell’intera linea era stato ipotizzato l’impiego di nove divisioni, sette di fanteria e due di cavalleria, con l’appoggio di una cinquantina di batterie di diverso calibro. Veniva esclusa la possibilità di un’irruzione avversaria del tutto improvvisa: si decise quindi lo schieramento dei reparti solo in caso di reale necessità. Venne quindi previsto un piano di utilizzo delle linee Ferroviarie in base al quale le sette divisioni di fanteria si sarebbero posizionate in undici giorni. Il piano prevedeva, dopo la disgregazione della massa d’urto avversaria, un nostro balzo controffensivo con l’occupazione, sul saliente ticinese, del Monte Ceneri e su quello valtellinese del Passo del Bernina con la conseguente occupazione della cresta di confine a nord del fiume Adda.
L’intera linea non venne mai utilizzata e quindi non Fu mai armata. «Per fortuna – ha scritto il generale Ambrogio Viviani – altrimenti sarebbe finita come a Caporetto».