Le Miniere di Ferro della Val Cavargna

Dall’Archivio di Stato di Milano. Nell’anno 1771 Giuseppe Polastri si interessò delle miniere della Val Cavargna, dove c’era un giacimento di ferro abbandonato da mezzo secolo. Altre ricerche furono fatte da Baldassarre Campione; in una sua relazione presentata il 4 aprile 1781 al podestà di Porlezza scrive:
“Nelle scoscese balze di Bugiolo si trova una miniera di ferro con forno e già a memoria d’uomo abbandonate e diroccate”.
Nel 1776 Polastri mandò a sue spese forestieri capaci di riscoprire e valutare le miniere di metallo e semimetallo nella Val Cavargna. L’Abate Antonio Maria Curiazio, procuratore dello stesso, concludendo il sopralluogo alle miniere mandava alcuni campioni ad analizzare; il magistrato generale camerale disse che dall’esame il metallo fu giudicato ottimo.
Il minerale di Val Caldera e del Crisello era buono; mediocre quello di Bubegno, scadente quello di Seghebbia e Buggiolo.
Le vene minerarie davano molte speranze; era urgente dare lavoro ai cavargnoni, la cui valle andava spopolandosi. Il lavoro venne iniziato a quota 764, sotto Bubegno, sulla sponda sinistra del Cuccio; il 12 giugno del 1783, il primo altoforno di tipo bergamasco cominciò a funzionare.
La miniera, bene avviata da un capo atesino, dava lavoro a più di 170 persone. Il forno rimase attivo per 7 mesi, producendo 27.000 rubli di buona ghisa (un rublo equivale a kg 8 circa).
Nel 1786 arrivò un altro forno, il secondo in Val Cavargna progettato nel sistema norvegese da Agostino Panetti, L’impianto diede ottimi risultati, e alla fine dell’anno si erano già colate 198 tonnellate di ghisa; ne furono vendute 40 allo Stato di Milano, il resto a Lugano.

Nell’anno 1785 Agostino Serponti ottenne dal Regio Duca Ministro Camerale di costruire una fucina (maglio, grosso martello per lavorare il ferro) a Carlazzo, precisamente in località Mulino, sulla sinistra del fiume Cuccio. Questa fucina era avvantaggiata da un canale scavato fino al fiume, che portava l’acqua necessaria ai lavori. Il Maglio, Maji nel gergo del Paese, si intravede ancora tra le rovine con un tratto del canale coperto di piode, in mezzo alle case; ne fa inoltre fede un antico documento, trovato fra le macerie di una parete del vecchio caseggiato.
Lo stesso Serponti ottenne il diritto di acquisto di boschi; inoltre ottenne di aprire con uguale diritto una strada carrozzabile da Carlazzo a Menaggio a spese di erario, società e Stato, il prestito di 2000 zecchini e la libera circolazione del ferro diretto alla fucina. Furono favorevoli il principe Kaunitz, Ermenegildo Pini e Cesare Beccaria, ma si fece poco o nulla.
Nel 1789 il Polastri cedette al potente avversario Francesco Campioni tutte le sue proprietà, tra le quali le miniere di Crisello, chiamate Due Buche, divise dal confine dei due Comuni; la buca del Campioni, settentrionale, nel territorio di Buggiolo, quella del Polastri, meridionale, nel territorio di Carlazzo.
Campioni pagò al Polastri la cifra di Lire 96.000, in 3 anni; così F. Campioni e i due suoi figli divennero proprietari delle miniere della nostra valle: Mondracco, Bubegno, Sarè o del Fòo di San Bartolomeo, Crisello, Seghebbia.
Purtroppo il trasporto a valle del materiale ferroso fu sempre problematico; già dal 1784 si accennava al bisogno di rendere carreggiabile e meno scabrosa la mulattiera di Carlazzo, partendo dal Ponte di Maggione per via Cappella delle Scalate e proseguendo per i forni della Val Cavargna.
Nell’anno 1830 cessava l’attività siderurgica in Val Cavargna: le spese eccessive dei trasporti, il costo della legna e la mancanza di mezzi di comunicazione contribuirono alla sua fine.
Purtroppo, il licenziamento degli operai dal duro lavoro minerario li costrinse ad emigrare in terra straniera, in cerca di occupazione, spopolando così per necessità i molti paesini della Val Cavargna. Oggi, a ricordo di quel passato non rimangono che le tracce e le rovine.
Il carbone fossile restò solo un miraggio: si fece qualche assaggio approfondito, dove il terriccio nero e lucido faceva supporre qualche vena di carbone, ma il risultato fu deludente.
Al mulino sopra il Cuccio, sul versante della Pianca si scoprì del carbone in fase di maturazione; purtroppo, per una vera e propria attività di coltivazione dovranno passare ancora centinaia d’anni.