La Fioritura Barocca
L’Alto Lario, terra di confine del Ducato di Milano nei confronti della confederazione dei Grigioni, acquista all’inizio del XVII secolo una fondamentale importanza strategica, di cui è ben evidente prova la costruzione della fortezza commissionata dal governatore conte di Fuentes nel 1603 sul colle di Montechiaro, ad apertura della Valtellina e della Val Chiavenna. Da quest’ultima scenderanno in seguito, nel 1629, le truppe dei soldati tedeschi inviati a combattere in Italia la guerra dei Trent’anni, portandosi appresso peste e miseria.
L’endemico fenomeno sociale dell’emigrazione contribuisce inoltre al grave depauperamento dei paesi già poveri di risorse. Oltre che dal punto di vista politico e militare il nostro territorio si trova in prima fila esposto verso i Grigioni, dove ormai si era affermata la Riforma, anche sull’argomento della disputa e del sanguinoso conflitto religioso. Il diffuso fiorire dell’arte comasca fra Cinque e Seicento, che soprattutto ha comportato il radicale rinnovamento dell’arredo pittorico di tante chiese locali, senza dubbio ha le sue originarie motivazioni nella sollecitudine della Curia vescovile e degli ordini religiosi di adeguare i contenuti iconografici e le forme espressive delle immagini devozionali alle rigorose esigenze liturgiche prescritte dal Concilio tridentino. (È motivo di soddisfazione qui almeno menzionare l’elevazione a vescovo di Como, nel 1694, di un ecclesiastico nativo di Domaso, Stefano Menati.) La guerra di successione spagnuola determina il trasferimento del potere centrale dello stato agli Asburgo d’Austria, ma il secolo XVIII altrimenti non apporta avvenimenti storici clamorosi nella vita quotidiana della periferia lariana. Tangibili problemi, invece, sorgono nell’àmbito della questione religiosa al tempo delle ingerenze di controllo amministrativo e della soppressione dei beni conventuali da parte prima dell’imperatore Giuseppe II e quindi della Repubblica Cisalpina.
La situazione economica tende tuttavia a migliorare lentamente, e di nuovo subito ne testimonia la felice stagione della decorazione artistica, commista di stucchi e di affreschi, del tardo barocco e dell’alleggerito roccocò, presente in significativi esempi proprio ancora nelle chiese descritte nelle pagine che si stanno per leggere.
Se a Como sono documentate e si conservano opere del Cerano e del Morazzone, fra i grandi protagonisti della stagione dell’arte borromaica, in Alto Lario, a Domaso, è visibile una non trascurabile tela giovanile di Giulio Cesare Procaccini, pala d’altare in una cappella della chiesa parrocchiale affrescata da Domenico Caresana nel 1605. Del Caresana (di cui, per altro essenziale problema, il certo rapporto di collaborazione comasca con il misconosciuto Francesco Carpano sarebbe opportuno chiarire al più presto, con il restauro del dipinto sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Piazza Santo Stefano) è pure l’inedita decorazione ad affresco della cappella di fronte, nella medesima chiesa, che costituisce un ulteriore importante arricchimento del catalogo del pittore manierista ticinese ricostruito ora nel volgere di pochi anni, cosicché bene si conferma degno dell’attenzione ad esso rivolta dal colto ed informato Gerolamo Borsieri in diversi suoi scritti. Il maestro ha spiccato gusto per il piacere intellettuale della narrazione, che però costringe dentro riquadri tradizionalmente ancora ripartiti in piccole superfici, ma è evidente che la sua composizione è desunta da invenzioni figurative un po’ più complesse di quanto, a mio avviso, garantirebbero le sole sue proprie risorse, fa riferimento a modelli divulgati da fonti grafiche e spesso riesce incongrua rispetto all’esito dell’esecuzione in atto. Chissà se lo stesso committente abbia davvero voluto metterlo alla prova davanti alla moderna enfasi di contenuto passionale proposto dal promettente Procaccini, e chissà – soprattutto – che cosa avrà pensato.
La presenza di un’opera del Procaccini nell’area dell’Alto Lario costituisce un caso affatto occasionale, legato alla comprensibilissima irradiazione della contemporanea alta fioritura artistica milanese in un territorio periferico che viveva, ovviamente, di cultura riflessa. La significativa manifestazione pittorica che caratterizza l’assieme dei paesi qui presi in esame è tuttavia reale e individuata, connessa, dalle fondamenta, con la specificità geografica, sociale e religiosa che ne determinò le ragioni costituenti, di immediata presa psicologica e pregevole livello qualitativo. Si tratta della doviziosa serie di vasti affreschi eseguiti su tante pareti di chiese di montagna da Giovan Mauro Della Rovere – il Fiamminghino – (accurati, eccezionalmente, sono quelli del presbiterio della chiesa parrocchiale di Garzeno), da Isidoro Bianchi, da Cristoforo Caresana, dai fratelli Recchi. Anche nel nostro territorio, come nell’intera regione dei laghi lombardi, incontrò infatti straordinario successo la facile e pur sapiente illustrazione sacra morazzoniana, iconograficamente innovativa, innestantesi sul robusto sostrato, ormai acquisito senza difficoltà, di affabilità e di coinvolgimento naturalistico istituito da Gaudenzio Ferrari. Prima che fossero erette le quattordici cappelle dei Misteri del Rosario di Ossuccio, già tutto l’Alto Lario si poteva ritenere un unico e vero Sacro Monte, creato per suffragare la fervida fede dei valligiani troppo esposti alle ravvicinate tentazioni dottrinali della Riforma protestante.
A riguardo dell’importanza anche di suggestione autonoma spettante alla situazione appena indicata, dal punto di vista storico, è fortemente rivelatore il riconoscimento degli esordi dell’attività di Gian Giacomo Barbello a Dongo, nel 1628, nella chiesa parrocchiale e in San Gottardo: il pittore appare cresciuto sulla lezione milanese di Giulio Cesare Procaccini e di Daniele Crespi, comunque è lecito affermare che durante il soggiorno sul lago ebbe stimoli diretti, sotto gli occhi, per maturare la personale fattura del suo dipingere veloce, chiaro e spiritoso, conoscendo il Fiamminghino e Isidoro.
Un’eco esile e delicata della produzione devozionale gaudenziana, ceranesca e moncalvesca egualmente arrivata dalla città fino alle rive lariane, con il tramite della rete di estese relazioni intessuta dai conventi della regola francescana, è rivelata dalle tele che conosciamo, sempre a Dongo, di fra’ Gerolamo Cotica da Premana. Alludo, escludendo le scelte già note, alla pala del primitivo altare maggiore del Santuario della Madonna delle Lacrime, raffigurante Quattro Santi dell’ordine, adesso depositata in sacrestia, e all’Adorazione dei pastori di proprietà della chiesa parrocchiale, al pari conservata in un adeguato e protetto magazzino, che sono risultati indubbiamente di risonanza culturale appartata, ma di pregevole resa pittorica e assai cattivante discreta espressione. Tale capacità di tenuta di stile, in genere, da parte della pittura di esplicita devozione popolare, andrà gradatamente a perdersi nel tempo, senza difese nei confronti del-l’accresciuta secolarizzazione del complesso sistema di vita dei propri differenziati referenti, esalando l’ultimo respiro nella stagione del critico storicismo neoclassico. Va precisato inoltre che molte attribuzioni avanzate a favore di fra’ Gerolamo non sono condivisibili come anche l’assegnazione a fra’ Emanuele da Como degli affreschi del chiostro.
Inoltre, è difficile accettare nel catalogo di fra’ Diego da Careri i gruppi statuari lignei dell’Ultima cena e della Crocifissione, cui vanno invece ascritti il bel gruppo della Madonna sorretta da angeli, la Maddalena e San Giovanni Evangelista, appartenente alle Suore dell’Ospedale di Valduce di Como, al presente provvisoriamente esposto nella locale Pinacoteca, e il Cristo crocifisso, Maria e San Giovanni, del tutto ridipinti, pervenuti dalla chiesa soppressa di San Giacomo in quella dei Santi Gervaso e Protaso di Lecco.
Un secondo rilevante fenomeno sociale di acquisizione di prodotti d’arte tipico dell’area qui circoscritta, nondimeno verificatosi nelle prossime Valsassina, Valtellina e Val Chiavenna, è connesso con la continua emigrazione di un’alta percentuale di gente locale, alla ricerca di lavoro, in alquanto costanti città e centri portuali della penisola, e altresì altrove. Gli emigrati che fecero fortuna devolsero parti ingenti dei loro risparmi per far decorare le loro cappelle di sodalizio nelle chiese dei paesi d’origine, come si osserva a Montemezzo dove furono committenti di Cristoforo Caresana e del Fiamminghino le «scholae» di Ancona e di Palermo. Non mancano tuttavia frequenti casi di spedizioni di eccezionali pezzi di oreficeria liturgica, di sculture e di trasportabili dipinti su tela dai luoghi di nuova residenza come la pala della Sacra famiglia della chiesa parrocchiale di Gravedona, attribuita da Marco Bona Castellotti a Giovanni Baglione, e, più d’un secolo dopo, le statue lignee della chiesa di San Lorenzo di Dongo, di Anton Maria Maragliano. Non va neppure dimenticata la precoce pala votiva di Santa Rosalia di Pietro Novelli esistente nella chiesa parrocchiale di Livo. Riesce inoltre con buon agio l’attribuzione al trapanese Andrea Carrera, per confronto con l’opera simile di Chiusa Sclafani, di un’altra pala d’altare della medesima chiesa di Livo, raffigurante l’Annunciazione.
Si può forse dubitare che i confratelli di Dosso del Liro sapessero che, vendendo le due tele del presbiterio della chiesa parrocchiale (per poi sostituirle con dipinti recenti), di fatto alienavano due preziose tele di Andrea Lanzani (ma sono sicuro che non fosse per nulla ignaro della corretta attribuzione l’avveduto acquirente). Dello stesso pittore restano per fortuna gli affreschi, firmati e datati 1698, sulla volta del medesimo presbiterio e del coro, raffiguranti la Madonna Assunta (preparata da un bozzetto ad olio della milanese Biblioteca Ambrosiana, cod. F. 254 inf., dis. 1620), la Visione della Madonna Immacolata da parte di San Giovanni Evangelista a Pathmos e Storie bibliche. (Che le tele mancanti avessero un’attribuzione sicura è suffragato dalla relazione della visita pastorale del vescovo Olgiati del 7 luglio 1731, conservata nell’Archivio storico della Curia vescovile di Como.)
Lanzani è noto per aver lavorato a Como e in Valtellina. La sua chiamata in Alto Lario, assieme con gli arrivi della Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Antonio da Padova di Pietro Gilardi, riconosciuto da Vittorio Caprara nella chiesa parrocchiale di Mezzegra, e degli ancora negletti Santi Nicola e Bartolomeo della chiesa parrocchiale di Domaso, malamente visibili dietro l’altare maggiore, di Ferdinando Porta, provano come la rinascita della committenza pittorica di qualche rango, allo scadere del ‘600 e all’inizio del secolo successivo, dopo la generalizzata crisi demografica ed economica che accompagnò la peste e le guerre, si rivolgesse in tutta la diocesi in primis definitivamente ad artisti della maggiore Milano. Essere residenti nella città capitale non costituiva in sé tuttavia alcun motivo di speciale credito durante l’età del barocchetto e del roccocò, allorché originali, aggiornate e vitali esperienze culturali erano elaborate a un tempo a Venezia, Genova, Bologna, Roma… In situazione oggettivamente favorevole finirono allora per trovarsi, per contro, proprio gli appartati maestri nati nelle valli che si estendono fra i laghi di Como e di Lugano e che ab antiquo hanno costituito il vero vivaio dell’abbondanza degli artisti di Lombardia, i quali fin da giovani erano costretti ad allontanarsi dalla patria, povera di risorse, per necessità di esercitare con sufficiente reddito, senza soffermarci a chiarire l’eventuale loro utile profitto professionale, il mestiere di pittore, o stuccatore, scultore e architetto, ereditato in famiglia, nello Stato veneto, pontificio, sabaudo, nell’Oltralpe asburgico e tedesco e nelle terre slave. I nomi sono Giulio Quaglio, Carlo Innocenzo Carloni, Carlo Scotti, Giuseppe Antonio e Giovanni Antonio Torricelli, che lasciarono documentazione delle proprie incontestabili capacità nelle chiese di Stazzona, Mezzegra, Dongo e Gravedona (qui, sul fondo della parete del coro della chiesa parrocchiale, non lontana dai due grandi teleri appena restaurati di Michelangelo Bellotti, raffiguranti Storie di San Vincenzo, firmati e datati 1735, è l’altrettanto imponente tela della Gloria del Santo, la cui superficie è deturpata in più punti da vistosi e grossolani interventi di ritocco di colore, rendendo ancora oggi aperta la controversia sull’autografia carloniana dell’esecuzione conclusiva del soggetto). Nell’accennato elenco di nomi aggiungo anche quello del sondriese Cesare Ligari, firmatosi in un angolo degli affreschi del presbiterio della spesso menzionata chiesa parrocchiale di Domaso, con la data 1758, affreschi poi completati dall’invenzione quadra-turistica di Felice Biella, che pure è il virtuoso responsabile della festosissima e coloratissima decorazione architettonica-floreale della chiesa parrocchiale di Vercana, nel 1762, affiancato da Antonio C aracciolo.
Il territorio lariano vide dunque nel corso del XVIII secolo il fervore indaffarato dell’allestimento di numerosi e importanti cantieri di rinnovamento dell’arredo pittorico ecclesiastico. Ma al contrario della rigorosa coerenza cronologica e culturale che contraddistinse la stagione della pittura dei primi decenni del Seicento, la decorazione attorno agli anni centrali del secolo seguente, a un dipresso, grazie all’affermazione di più stratificate e personali individualità d’autori, è mediata da un’avvertita selezione di non univoci indirizzi di modelli culturali e da relativi molteplici sistemi funzionali di stile. L’Alto Lario pertanto, non diversamente da altre province di Lombardia, diventò in conseguenza una delle tante rappresentative unità geografiche in cui si raccolsero vari esempi antologici di buoni dipinti.
Gli esiti locali meno eccelsi, se non sono capolavori, sono comunque anch’essi ineliminabili depositari di riguardevole significato storico, elementi connettivi nel processo dell’evoluzione dell’immagine illustrata in un individuato contesto sociale. Sotto questa luce sono da studiare, forse prima ancora delle prove del citato Caracciolo da Vercana, e ne varrebbe la pena, l’intervento nella chiesa parrocchiale di Domaso di Pietro Bianchi, pittore recentemente riproposto in àmbito valtellinese e regionale da Simonetta Coppa, e gli affreschi della cappella di San Tommaso da Villanova della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Gravedona e le tre tele dedicate a Sant’Anna della chiesa parrocchiale di Dosso del Liro, opere aguzze e taglienti del non mediocre Alessandro Valdani, altrimenti valutabile per gli Apostoli e la Via crucis della chiesa parrocchiale di Peglio (aggiungo a questo catalogo la pala dell’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Socco, nel comune di Fino Mornasco, raffigurante le Sante Faustina e Liberata e gli affreschi – belli e rovinati – della cappella a sinistra entrando nella chiesa di San Giuseppe di Laino).
Concludo con un ennesimo veloce accenno alla sorprendente riscoperta della cospicua attività in patria e sulle rive del lago di Como del valsoldese Giovan Battista Pozzi, finora accertata soltanto in Piemonte. Sono suoi, per paragone con quelli delle chiese parrocchiali di Porlezza e di Albogasio, gli affreschi raffiguranti la Gloria di San Martino, datati 1699, della chiesa parrocchiale di Pianello Lario. Per confronti con simili rappresentazioni esistenti nella chiesa di San Martino di Asti si possono ascrivergli anche i Profeti e gli Evangelisti della chiesa parrocchiale di Dosso del Liro, di qualità meno sorvegliata: ma l’attribuzione richiede un doveroso approfondimento, analizzando in futuro, quando disporremo di una più ampia consistenza di informazioni specifiche, gli indefiniti apporti della collaborazione familiare: e allora sarà consentito giudicare anche, a proposito, la decorazione del coro della chiesa parrocchiale di Vercana. In Piemonte Giovan Battista Pozzi ed i suoi figli aggiornarono ormai nel Settecento, in tono davvero modesto davanti scontatamente all’esempio del Legnanino, con spunti quadraturistici genoveseggianti e bolognesi, la memoria della tradizionale applicazione dell’arte dell’affresco, organizzata da sempre con metodi di gestione quasi industriale, prerogativa degli illustri maestri comaschi impegnati nell’ornamentazione delle avviate residenze ducali. Sono persuaso che abbiano lasciato inconfondibile traccia di sé egualmente, per largo raggio, nell’intera provincia lariana, e il prosieguo della ricerca presto renderà risposta.
Resta esclusa da queste considerazioni sulla pittura del Sei-Settecento la disamina del patrimonio privato di oggetti sacri e profani raccolto in palazzi signorili del territorio, perché avrei in merito ben poco da dire. Sono però palesemente opere egrege, degne quindi di una estrema menzione, i quattro Paesaggi del Magnasco ritirati dalla chiesa conventuale di Santa Maria delle Grazie di Gravedona nel 1925 e acquisiti dal demanio statale, che li assegnò alla Pinacoteca di Brera (due sono dal 1932 depositati presso l’Ambasciata d’Italia a Londra) nel 1951, in cambio del finanziamento di lavori di restauri eseguiti in tre chiese del comune. Essi erano pervenuti in Santa Maria delle Grazie a titolo di dono della famiglia Curti Maghini.