Coppelle e are: dalla preistoria alla romanità

I reperti archeologici più antichi reperibili in Alto Lario sono le coppelle, piccole cavità semisferiche scavate in epoca preistorica sulle rocce affioranti dal terreno dagli antichi abitanti. Questi segni, a volte collegati tra loro da canaletti, erano probabilmente espressione della sfera del sacro e potrebbero essere state utilizzate per contenere acqua di fonte o di pioggia, sangue di vittime animali o umane per fini rituali di vario tipo, dalla purificazione alla iniziazione, alla propiziazione della fecondità dei luoghi, delle persone o delle greggi. Lo studioso Alberto Pozzi, segretario della Società Archeologica Comense, ritiene che le incisioni altolariane risalgano al II millennio a.C. o forse anche al III. Molte sono probabilmente successive, testimonianze ed espressione di una cultura che è continuata immutata per secoli tra gente di montagna rimasta isolata, senza contatti con le civiltà avanzate a cui non interessavano i proventi di una povera economia di sussistenza. Sempre Alberto Pozzi sostiene che «gli archeologi, da più di un secolo cercano di dare una spiegazione esauriente a questi segni impressi nella roccia. Ciascuno di noi è subito portato a pensare che siano stati giochi o passatempi dei pastori che in queste zone trascorrevano le giornate estive a guardia degli armenti. Ma non è così, perché le coppelle hanno una diffusione universale; possiamo essere certi che sono state scavate per motivi più importanti che non per semplice divertimento.
Molte di esse sono antichissime, altre sono state incise in tempi più recenti, ma sempre lontane da noi di qualche millennio. Alcune forse sono attribuibili all’inizio dell’era cristiana». Oltre a quelle identificate da tempo sui monti di Montemezzo, una buona concentrazione di incisioni è quella più recentemente studiata nella zona a cavallo tra i Comuni di Cremia e di Santa Maria Rezzonico poco sopra i 400 metri di quota su un dosso con larga visibilità sui rami di Colico e di Lecco del Lario e la contrapposizione incombente sui monti Legnone e Legnoncino: un luogo suggestivo con marcata dominanza e sacralità. La zona è al centro di una fitta trama di percorsi, sentieri e mulattiere, forse protostorici, che possiamo ipotizzare consentissero alle popolazioni locali di avvicinarsi a questi «massi – altare» su cui sciamani o sacerdoti entravano in contatto con spiriti superiori. Per raggiungere le rocce incise da Cremia si lascia la strada statale Regina in località San Vito e si sale alle frazioni alte fino al parcheggio di Vezzedo. Da qui un sentiero percorre un costone fino a raggiungere una stretta mulattiera, in lieve pendenza, che si segue in direzione sud. Al termine della salita si lascia la mulattiera (che porta alla frazione Gallio) e si procede verso monte fino alla località Pian di Cée (a quota 550) dove compare la massima concentrazione di rocce incise. Da Santa Maria Rezzonico si lascia la strada Regina alla chiesa di Santa Maria e si sale fino alla frazione Soriano. Da qui una mulattiera porta al dosso principale, il pianoro di Rezzago, dov’è ubicato un bel masso-altare (quota 400), un concentrato davvero interessante: coppelle, incisioni Riformi, canaletti, croci, lettere e perfino un profilo di un volto. Salendo attraverso il bosco si raggiunge la mulattiera che proviene da Vezzedo; seguendola, si sale al Pian di Cée. Nel territorio delle Alpi Lepontine, i rinvenimenti più interessanti e cospicui sono nel territorio della frazione Breglia di Plesio: le pietre coppelliformi si ritrovano lungo le mulattiere (dove sono utilizzate anche come elementi dei muri di sostegno) da Magino a Villa e da Breglia ad Acquaseria, segno che la zona fu abitata fin dai tempi più remoti. A Soriano, sopra Rezzonico, lungo il percorso che porta a Cremia, sotto un portico otto coppelle testimoniano l’ uso improprio di un manufatto ora adibito a panchina. Poco più avanti, in una stradina laterale, si trovano coppelle incise su alcune pietre reimpiegate per reggere i] muro di un orto. Oltre alle coppelle sono presenti altre espressioni non figurative, quali, ad esempio, gli «scivoli della fertilità», come quelli individuati sopra Cremia o in Valle Albano, nella frazione Moredina, e le «pietre da parto», come il masso triangolare orientato verso oriente in cui è scavata una vaschetta trapezoidale vicinissimo alla sorgente del torrente Albano che sembra celare significati ancora inesplorati. Più rare e di più difficile individuazione sono le espressioni figurative che rappresentano figure umane, armi, animali o semplici scene di vita. Una di queste con figura umana, databile probabilmente all’età del rame, è stata utilizzata come montante di una porta a Germasino. La «Rivista archeologica» della Provincia di Como (1974-1975) pubblica la seguente notizia da Colico: «Sul Colle di Fuentes è stato rinvenuto materiale preistorico in pietra di notevole interesse. Si tratta, tra l’altro, di un raschiatoio con linea perfettamente affilata e tagliente, di una rondella con foro eccentrico e di una pietra lisciatoria
molatoria. Sono altresì venute alla luce numerose coppelle incise all’estremità dei costoni rocciosi sui primi ripiani del colle, in posizione preminente. Si può arguire, tenuto anche conto del fatto che già in precedenza, in più occasioni, si rinvenne non poco materiale litico e metallico preistorico, che, nella zona, nella preistoria, vi è stato un prolungato insediamento umano e si ipotizza che sia esistita in loco una vera e propria industria litica». Un significativo numero di coppelle e di incisioni rupestri è stato portato alla luce e classificato negli ultimi dieci anni nel territorio premanese, in alta Val Varrone. Lungo un sentiero per gli alpeggi, in una zona assai esposta, era nota da sempre una località chiamata «Piöde dal Croos», il sasso con incise le croci, ma ad essa non si era mai dato un significato particolare, al di là del fatto curioso di vedervi incise numerose croci. Nel settembre 1995, per iniziativa del «custode» delle memorie premanesi, lo scrittore e poeta Antonio Bellati, viene portato alla «Piöde» lo studioso e ricercatore Oleg Zastrow che evidenzia subito l’antichità delle incisioni ed individua la presenza, assieme alle incisioni cruciformi, di numerose coppelle, grandi e piccole, nonché la loro disposizione non casuale assieme ad altre incisioni. Viene ripulita una superficie più ampia di roccia e le scoperte si susseguono, compresa una pietra, differente dalle altre per conformazione, sulla quale per millenni sono stati arrotati o levigati utensili in pietra e in metallo. Nel 1996 la scoperta viene confermata da Ausilio Priuli, del Museo di arte preistorica di Capodiponte, in Val Camonica, che sovrintende alle ricerche sulle incisioni rupestri dell’area camuna. Priuli fornisce anche le indicazioni per proseguire le ricerche in altre zone del territorio dell’alto Varrone. Dal 1997 venendo ai nostri giorni, come informa Antonio Bellati, «oltre venti siti sono stati ormai individuati. Le incisioni rinvenute sono sempre coppelle di varie forme anche assai grandi o estremamente piccole. Anche le croci sono di mille forme ed incise con tecniche differenti. Su molte rocce esistono più o meno marcate tracce di canalizzazione tra le varie coppelle. È stato anche rinvenuto un masso con incise sette coppelle disposte a forma di rosa. Tutte le rocce incise si trovano in una fascia di territorio sita ad una altitudine tra i 1300 ed i 1800 metri dalla lunghezza di diversi chilometri, su un pendio esposto a sud e su costoni esposti da dove si domina ampia parte della valle». Le incisioni rupestri scoperte sono le prime segnalate nell’area della montagna della Valsassina e della Val Varrone, e questo rende ancora più interessante la scoperta.
Pure interessanti sono i massi con coppelle nel tratto di «sentiero del viandante» nella zona di Posallo. Vale la pena di arrivarci da Dono, attraversando così un territorio ricco anche di altre valenze. Dopo aver superato Mondonico di Dono, con le sue case rustiche in grezza pietra locale, si passano le cascine dell’Asen tra superstiti filari di viti. Si domina la penisola di Olgiasca al vertice della quale si distingue l’abbazia di Piona. La mulattiera, retta da robuste muraglie in pietrame, supera la chiesina di San Rocco e raggiunge la località di Perdonasco, antico confine con il territorio di Colico e il più basso fra i maggenghi e gli alpeggi dei contrafforti del Legnoncino: Vercin, Vezzée, Sommafiume. Si raggiunge quindi la località di Sparese, dov’è la chiesetta della Madonna dei Monti e si prosegue fino a Posallo. Tutta la zona, ma in particolare quest’ultimo tratto, è cosparsa di massi erratici, sui quali sono incise numerose coppelle. Gravedona e Gera Lario sono collocati, come gran parte dei centri lacustri di origine romana, in posizione tipica, sul conoide di deiezione che si protende a lago, accanto a un torrente. A Gera Lario, reimpiegata come stipite sinistro del portale della chiesa di San Vincenzo, è una bella erma Funeraria in marmo di Musso del 111-1V secolo dopo Cristo dedicata dagli affranti genitori alla memoria di un bambino defunto, Lucio Duanzio Valentino, «infans dulcissimus desideratissimus». Nel 1964 venne ritrovato nel sottosuolo dell’abside romanica un lacerto di pavimento musivo di età romana imperiale (II-III secolo). Nel 1994, nel corso del restauro del pavimento musivo sono state individuate tracce di ben otto fasi costruttive, le prime due relative a edifici romani imperiali mentre le successive inerenti a edifici religiosi a partire dal V-VI secolo. 11 mosaico, a tessere bianche, in calcare bianco di Musso e Tremezzo, e nere, in pietra nera di Varenna, con motivi geometrici di cerchi e quadrati intersecati, doveva appartenere a una residenza signorile costruita a terrazze adattatesi alla pendenza naturale del luogo con vista panoramica sul lago. Della villa, che dovrebbe trovarsi esattamente sotto la chiesa e nelle aree immediatamente circostanti, sono stati ritrovati altri pavimenti in cocciopesto e una vasca, sempre rivestita in cocciopesto, nell’orto adiacente alla chiesa. Da Gera proviene anche un’epigrafe dedicata a Giove Ottimo Massimo dagli Aneuniates, gli antichi abitanti del Pian di Spagna, e rinvenuta nel 1907 sopra la porta di un fienile poco distante dalla chiesa e ora conservata nel civico museo archeologico di Como.
A Gravedona la località prospiciente il lago sulla quale si trovano le due chiese di Santa Maria del Tiglio e di San Vincenzo costituisce un’area sacra che affonda le proprie radici nel tempo, tramandando echi di una religiosità antica. Qui, secondo la tradizione orale, sorgeva un antico tempio pagano e si immolavano vittime agli dei. Il ritrovamento di are sacrificali romane conferma l’utilizzo dell’area come antico luogo di culto. Un’ara di granito è riconoscibile all’interno di Santa Maria del Tiglio, inglobata nella muratura tra le absidi di destra, laterale e centrale; un’altra Fu scoperta nel 1877 durante lavori di abbassamento del piazzale antistante la chiesa e ora posta a lato dell’ingresso. Una terza ara, non più in loco perché trasportata a Como nel 1644 dal vescovo Lazzaro Paraffino, recava una dedica a Marte, agli dei e alle dee, da parte di un tale Macio Massimo. Nel 1985 è venuta alla luce un’altra ara in sarizzo, databile al I-II secolo, in piazza Mazzini dove, come risulta dagli Statuti di Gravedona, sorgeva il «molo di Carate». Sulla facciata di Santa Maria del Tiglio, tra elementi scolpiti di recupero altomedioevale, spicca una testina ad altorilievo di epoca romana incastonata come chiave di volta della monofora posta sopra il portale e probabilmente proveniente da una stele funeraria.
L’avvento del cristianesimo è testimoniato da una lapide tombale, portata alla luce nel 1600 quando si gettarono le fondamenta dell’attuale presbiterio della plebana di San Vincenzo, dedicata a due «famulae», Angela e Honoria, sepolta la prima sotto il consolato di Avieno nel 502 e la seconda sotto quello di Venanzio nel 508. I massi avelli sono massi erratici scavati a tomba nella loro parte superiore a guisa di sarcofago. Risalgono all’epoca romana, attorno al 11-111 secolo dopo Cristo e sono caratteristici della regione lariana dove, nel corso del Novecento, ne sono stati trovati trentacinque. Il masso avello di Plesio, risalente al V-Vl secolo e ricavato da un trovante, Fu rinvenuto nel 1908, reinterrato ed infine riscoperto nel 1976 dal Centro Studi Storici Val Menaggio. Si tratta di un grosso trovante di gneiss, con un incavo rettangolare di metri 1,92 di lunghezza e metri 0,87 di larghezza per una profondità di 0,43 metri, con un rialzo ad una estremità del fondo a formare un cuscino. La forma a tetto del coperchio, un lastrone di beola rinvenuto scivolato a fianco, dimostra che la tomba doveva rimanere allo scoperto. Frammenti di ossa umane ritrovate al suo interno rappresentano la testimonianza del fatto che in epoca romana, nella regione lariana, oltre alla sepoltura ad incinerazione veniva usata anche la sepoltura ad inumazione. La sua posizione, un centinaio di metri dallo stabilimento Chiarella, in località Passera, sotto la strada, è spiegata con la consuetudine in età romana di posizionare i sepolcri lungo le strade in modo tale che venisse tenuto vivo il ricordo del defunto. Nella stessa zona sono state ritrovate le tombe dell’età del ferro con il ricco corredo di monili di bronzo, cosa che fa pensare che proprio lì ci fosse la necropoli di questo centra La ricchezza delle sue tombe fa inoltre pensare ad una popolazione benestante e progredita. Mentre per le testimonianze più significative della romanità rinvenute in questa porzione di territorio altolariano si rimanda ai rispettivi settori dei Musei di Como e di Lecco, dove la più parte del materiale rinvenuto in loco è stata raccolta, qui è opportuno ricordare ancora e quindi toccare materialmente, a completamento del capitolo precedente, quella rete viaria che deve, se non proprio la sua realizzazione, almeno il suo consolidamento alla colonizzazione romana. Sebbene i Romani privilegiassero la via d’acqua, con il Lario navigabile fino a Summus Lacus, l’odierno Samolaco, da dove via terra si proseguiva per i valichi alpini dello Spluga, del Septimer, del Maloja e dello Julier, da Como all’estremità settentrionale del Lario venne tracciata la Strada Regia, un nome che si ritrova in altri luoghi d’ Italia e dei Paesi dell’area mediterranea ad indicare vie consolari. Sulla stessa si innestavano, per quanto riguarda il territorio che stiamo prendendo in considerazione, due importanti strade vallive: la strada della Val Menaggio e quella del Sant’lorio.
La prima attraversava il corridoio che collega il Lana al Ceresio: partendo da Menaggio, raggiungeva Loveno, toccava Codogna e, superato su un ponte il Sanagra, proseguiva per Velzo, Gottro e Carlazzo, tenendosi alta sul fianco settentrionale del corridoio per grandi tratti invaso dalle acque. Poi, attraversato il Cuccio dopo Maggione, un ramo scendeva a Corrado e a Porlezza mentre la via principale saliva in Val Rezzo a Buggiolo e Seghebbia, da dove raggiungeva il Passo Stretto a 1102 metri per calare quindi in Valsolda e proseguire verso Lugano. Ancora all’inizio del Novecento, prima della realizzazione dell’attuale rete viaria, la strada era interamente percorribile, conservando tratti ben selciati come segno della realizzazione romana. È curioso ricordare che nella prima edizione della carta militare italiana, nel 1890, Carlazzo è indicato come Carlazzo Val-salda perché, pur essendo in Val Menaggio, rappresentava il passaggio viario da e per la Valsolda, non ancora raggiungibile da Porlezza.
La seconda consente di rileggere un’altra ampia pagina di storia, perché più volte in Alto Lario si sono avanzati progetti volti a realizzare un traforo o un valico carrozzabile presso il passo di S. Jorio, al fine di potenziare e sviluppare i collegamenti con la vicina Confederazione Elvetica. Posto in terra di confine, periferico e oggi percorribile solo a piedi, questo passo aperto a 2000 metri di altezza lungo la catena Mesolcina Meridionale è dedicato ad un Santo dalla biografia incerta e discutibile, come spesso succede per molti valichi delle Alpi. Il nome, invece, per quanto sostiene la studiosa comasca Mariuccia Zecchinelli, «fece pensare a qualcuno la rotazione da Jovis, Jovius; ed il fatto è probabile, data la diffusione del culto di Giove nel Comasco e nel Ticino e l’usanza religiosa dei Romani, durata fino agli inizi del V secolo, di porre statue, tempietti e are votive “pro itu et redditu” nei punti più salienti delle strade». In questo caso la protezione era invocata per i viandanti che dal Lana viaggiavano a piedi o a cavallo verso la Rezia e l’interno della Germania e viceversa lungo una strada che aveva qui il suo punto culminante. Probabilmente nel momento in cui la fede cristiana si innestò sulle credenze pagane, sul luogo del cippo inneggiante a Giove (Jovi al dativo) venne edificato un piccolo edificio religioso che, per assonanza, fu dedicato a Sant’Jori (come definito su cartine topografiche del XVI secolo), da cui Sant’Jorio». La tesi è condivisa da un altro grande studioso di «cose> lariane, Pietro Pensa, che individua anche una chiara origine latina in Stazzona, nella Valle Albano, che deriverebbe dal latino statio. Di fatto il passo, posto sulla direttrice che staccandosi dalla più importante Strada Regina all’altezza di Dongo o di Gravedona sfociava in Val Mesolcina, mantenne notevole importanza strategica ed economica anche in epoca carolingia e nei secoli successivi, consentendo importanti scambi commerciali e incursioni militari. Anche a oriente del Lario sono riconducibili al consolidamento romano, oltre le già esplorate strade del Bitto e del Viandante, anche l’itinerario stradale della Valsassina che segue le incisioni vallive del Gerenzone e della Pioverna. La sostanziale differenza, rispetto all’attuale tracciato viario che fino a Taceno segue il fondovalle, si verificava a Cortenova dove la strada romana saliva a Parlasco per poi proseguire per Portone e da qui discendere a Bonzeno e raggiungere Ballano dopo aver varcato nuovamente la Pioverna sul ponte gettato sopra l’Orrido nelle vicinanze della chiesetta di San Rocco. Il tracciato stradale della Valsassina fu, nei secoli, considerato il migliore per percorrere da un capo all’altro il Lario. La riprova la si ebbe ai primi del Seicento, allorché il Fuentes volle rendere più rapido l’accesso al forte che stava costruendo nella zona di Colico. L ingegnere Tomaso Risaldi, appositamente incaricato, valutò in 82 mila lire imperiali la spesa necessaria per migliorare il percorso valsassinese (si trattava di sistemare il corridoio tra Ballabio e Balisio spesso invaso dalle acque e di rifare i tre ponti della Chiusa sulla Pioverna e dell’ Acquaduro e della Troggia a Introbio che talvolta venivano distrutti dall’impeto dei torrenti) contro le 210 mila necessarie per rendere più agevole la Strada Regina.
Ripercorrere oggi una delle vie che hanno fatto la storia del territorio può evocare ricordi scolastici, suscitare emozioni dimenticate o più semplicemente affascinare. Là dove una volta passavano imperatori, ecclesiastici, commercianti, guerrieri, uomini di cultura, crociati e poeti, oggi si viaggia velocemente e spesso in modo distratto. Ma quell’oretta di viaggio in auto che ai nostri giorni serve per risalire da Lecco la Valsassina e discendere a Bellano merita comunque una maggiore attenzione. Lungo quelle strade, poi, qualche deviazione merita di essere compiuta. Se con «c’era una volta» iniziano tutti i racconti che intendono farci rivivere la magia di luoghi fantastici, con «c’è oggi» può invece iniziare un altro capitolo di questo affascinante viaggio. Tra i segni della storia c’è un altro patrimonio pronto a farsi ammirare e stupire.