Palazzo Manzi

sede del municipio di Dongo, trae parte della propria bellezza dal suo affacciarsi a lago e dall’assorbire le suggestioni che lo sguardo coglie spaziando fino alla sponda opposta. Era la residenza estiva della nobile famiglia Manzi che nella persona di donna Giuseppina ne fece dono al Comune nel 1937. Il complesso architettonico attuale, iniziato nel 1803, è opera dell’architetto mila¬nese Pietro Gilardoni, allievo del Pollack, con cui lavorò nella Villa Reale di Milano. Secondo quan¬to afferma Antonio Giussani («La storica borgata di Dongo» in Rivista archeologica dell’antica pro¬vincia e diocesi di Como, numeri 121-122, 1939), è un capolavoro dell’età napoleonica, «una gemma dello stile neoclassico, fortunatamente conservata nelle sue condizioni originarie».
Nato come abitazione privata, il palazzo presenta strutture legate alla vita privata e sociale di una nobile famiglia ottocentesca: un solenne ingresso, scalinate di accesso ai piani superiori, uno splen¬dido salone chiamato sala d’oro riservato alle feste, all’accoglienza degli ospiti di riguardo, ai balli di società, una cappella dedicata all’Immacolata e la biblioteca di famiglia i cui imponenti mobili in noce conservano circa quattromila volumi di storia, letteratura greca, latina e contemporanea, letteratu¬ra d’evasione, scienze con particolare interesse per la botanica, teatro, grammatiche e dizionari di Francese, tedesco, inglese, latino e castigliano. Su tutti spicca l’imponente storia d’ Italia di Ludovico Antonio Muratori in 45 volumi. La sala d’oro, che si sviluppa su due piani, singolare esempio di ele¬ganza neoclassica, deve il suo nome ad una profusione di stucchi e bronzi dorati, rosoni e altorilie¬vi mitologici, specchi e ricche porte. Nella volta a botte un affresco con il Parnaso propone, al cen¬tro, Apollo che diletta con il suono della cetra le nove Muse, mentre, a destra sullo sfondo, com¬pare il cavallo alato Pegaso ad arricchire di suggestioni mitologiche il paesaggio di Delfi. La somi¬glianza della scena con quella dipinta da Andrea Appiani nel salone da ballo della Villa Reale di Milano aveva Fatto attribuire tradizionalmente l’affresco allo stesso autore, mentre è opera del contemporaneo Giuseppe Lavelli. In questo elegante ambiente destinato a leggiadri intrattenimen¬ti, nell’aprile del 1945 passarono le ultime ore i gerarchi della Repubblica sociale italiana e apprese¬ro la loro condanna a morte. Palazzo Manzi ospita, oltre agli uffici comunali, al piano terra il Museo della Resistenza e al secondo piano la moderna biblioteca di pubblica lettura.
Nel Cinquecento Paride Cattaneo della Torre poteva dire, occupandosi di Barzio: «In questa terra vi sono molte belle case, habitationi et alloggiamenti nobili assai»; e tra le famiglie che vi risiedevano in quel tempo nominava già quella dei Manzoni. Una delle case dei Manzoni di Barzio, del ramo al quale è appartenuto l’autore dei «Promessi Sposi», deve la «simpatica notorietà», come sostiene il Borsa in «Barzio», non a questo antecedente storico o all’ampia e bella sala a terreno Frescata alla Settecento, bensì al fatto «di aver dato i natali a Tranquillo Baruffaldi, campione della virtù valsassi¬nese fra i Mille». La lapide a fianco della porta, infatti, celebra il garibaldino Baruffaldi, la cui famiglia Fu imparentata con i Manzoni. La nobiltà dei Manzoni era documentata in un’epigrafe sepolcrale con insegne gentilizie che si trovava nella chiesa di Barzio davanti all’altare della Madonna del Rosario, dell’anno 1585. Il testo è dato dall’Orlandi in «Famiglie della Valsassina». Palazzo Manzoni che fu dei discendenti di Pesino, cioè della linea di Alessandro lo scrittore, è appartenuto fino ad anni non lontani alla parrocchia di Barzio che ne aveva fatto un centro di vita culturale. Poi è passato al comune, che vi ha trasferito la sede municipale non venendo però meno, complice anche la presen¬za della civica biblioteca, alla destinazione culturale individuatavi dalla parrocchia, quasi un riscatto del passato lontano, quando i Manzoni furono tiranni oppressori del popolo valsassinese. Lo Stoppani, in «I primi anni di Alessandro Manzoni», ne ricorda la discendenza da una Famiglia patri¬zia venuta a Barzio dalla Valtaleggio agli inizi dei Cinquecento, e richiama una lettera di Massimo d’Azeglio nella quale si accenna al prepotente feudalesimo di questi Manzoni, «saliti a tal grado di potenza e di prepotenza che, piccoli Caligola della valle, esigevano su per giù dai loro sudditi quel¬l’omaggio, non solo alle loro persone, ma al loro cane, che il tiranno di Roma voleva si prestasse al suo cavallo. Quei montanari difatti, quando passavano davanti a casa Manzoni, erano obbligati a levarsi il cappello, ossequiando la bestia nell’atto stesso con queste parole: «Reverissi sciòr cà!». Ancora in oggi – prosegue lo Stoppani – quando la Pioverna infuria, si ode qualche Valsassinese ripe¬tere un antico proverbio, degno della poesia orientale: Cuzzi, Pioverna e Manzon minga intenden de resòn». I Cuzzi erano di Primaluna, evidentemente potenti e prepotenti quanto i Manzoni. Di quest’ultima famiglia Andrea Orlandi assicura che fu quella che toccò in Valsassina il massimo splendore di potenza finanziaria e sociale. Fu il giureconsulto Pietro Antonio a stabilirsi definitiva¬mente al Galeotto di Lecco, nel 1708, dove da Alessandro, suo figlio, nacque nel 1736 don Pietro Manzoni, notaio collegiato di Milano, padre di Alessandro creatore di Renzo e Lucia.
Si può vedere in Barzio una seconda casa Manzoni, un bel palazzetto cinquecentesco con por¬ticato e loggia ad archi, che fu della generazione di Pompeo. Da questa famiglia, attraverso il giu¬reconsulto Cesare, è uscita la poetessa Francesca Manzoni, nata nel maggio del 1710 a Barzio. Antonio Balbiani in «Como, il suo lago, le sue valli», la dice «dotata di maschile memoria, dotta in greco, latino, francese, spagnuolo, geometria e giurisprudenza, autrice di un dramma per musica, e d’una tragedia, fra le altre, che può ancora esser letta dopo quelle dell’immortale Astigiano, ascritta a varie accademie, moglie a Luigi Giusti veneziano e letterato in allora di qualche grido, madre d’un figlio che coprì luminose cariche e fu gentil poeta».