Livo
L’antico borgo sorge a mezza costa sulla destra della valle tracciata dall’omonimo torrente che raccoglie le acque della Val di Bares e della Valle di Darengo per sfociare nel lago presso Do-maso. Alle spalle sono le cime della catena Mesolcina occidentale: il pizzo Cavregasco (m 2536), pizzo Rabbi (m 2452) e pizzo Ledù (m 2500), con una suggestiva serie di piccoli laghi di origine glaciale. Salendo da Peglio, il paese è preceduto da un vasto pianoro e dalla cima del Sasso Pelo, che preclude all’abitato la vista sul lago.
Le prime notizie storiche risalgono al XIII secolo e alcuni ruderi nella piana confortano la tradizione dell’esistenza di un castello, dotato di piazza e fossato: il Castello di Livo, il cui toponimo si ritrova ancora nel 1904. Il borgo fiorì particolarmente nei secoli XV e XVI e una significativa documentazione d’archivio ha consentito di ricostruire le dinamiche sociali legate alle usanze matrimoniali. Nel 1593 la visita pastorale del Ninguarda registra un incremento della popolazione, rispetto al precedente sopralluogo del Bonomi nel 1578, da 600 a 1000 “comunicati”, distribuiti in quasi 250 “fochi” (nuclei famigliari), spesso senza il capo famiglia, costretto, proprio per l’incremento demografico, all’emigrazione come navigatore in Sicilia. Nei secoli successivi l’emigrazione e le difficili condizioni economiche impoveriscono progressivamente il paese che ancora oggi conserva assetti abitativi di carattere rurale rimasti intatti nel tempo, anche da un punto di vista decorativo. Rimane a memoria del fenomeno migratorio la tradizione del costume femminile della “moncecca” importato dal culto palermitano per S. Rosalia, a protezione dalla peste.
L’abitato
Addentrandosi tra le strette vie acciottolate si possono incontrare portali in pietra sormontati da stemmi e lacerti di affreschi sulle pareti esterne. In via Mazzini 10 resta l’ombra di una Crocifissione tra S. Rocco e S. Antonio, al 17 è una Madonna col Bambino e S. Lucia e una Vergine incoronata in trono. Un’altra estrema sopravvivenza è al 95, ancora una Vergine col Bambino. Agli inizi del paese campeggia sul muro di una casa un S. Cristoforo: tutti questi dipinti vanno collegati agli affreschi della prima metà del Cinquecento nella chiesa di S. Giacomo.
All’ingresso del borgo, sulla strada che proviene da Peglio, è una piccola cappella votiva dove all’inizio del secolo si intravvedevano ancora affreschi cinquecenteschi.
A circa un’ora e mezza di strada da Livo, in direzione dell’alpeggio di Baggio, è il Santuario della Madonna di Livo, centro di una devozione molto sentita nella zona; l’edificio secentesco è preceduto da un pronao su colonne.
Oratorio della Madonna
di Gorghiglio
L’oratorio secentesco, posto sulla strada che da Peglio conduce a Livo, ha pianta centrale ed è preceduto da un elegante protiro. Un’immagine votiva, probabilmente cinquecentesca, è inserita nel presbiterio decorato ad affresco con S. Rocco e S. Sebastiano (XVIII secolo). Sulle pareti laterali dell’aula sono dipinte la Visitazione e l’Annunciazione (XVIII secolo).
Parrocchiale di S. Giacomo L’architettura secentesca della chiesa si articola in un’unica aula con cappelle laterali. La prima di sinistra, dopo il battistero, è de
dicata a S. Rosalia e dovette essere sotto il patronato della Scuola degli emigrati a Palermo, come lascia intuire la visione della città nella tela secentesca con l’Invocazione della Santa, attribuita a Pietro Novelli. L’altare è in marmi policromi.
La seconda cappella ha un altare con stucchi e una tela raffigurante S. Giuseppe.
L’altare maggiore in marmi policromi riporta la data 1734, mentre sulla parete di fondo del presbiterio una nicchia ospita una statua lignea secentesca di S. Giacomo. La decorazione ad affresco delle pareti e della volta (Ultima Cena, Gesù tra i Dottori e Cristo in Gloria), come il soffitto della navata, è ottocentesca.
L’ultimo altare di destra, dedicato alla Madonna del Rosario, riporta nella lunetta una bella vetratina cinquecentesca con la Vergine e il Bambino proveniente dall’antica S. Giacomo.
La cappella a fianco dell’ingresso laterale ha un altare in stucco con una tela con l’Annunciazione probabilmente commissionata da Antonio Moraschino ed attribuibile ad Andrea Carrera. Conserva inoltre una piccola tela votiva mariana.
Chiesa di S. Giacomo L’antica chiesa, posta oltre l’abitato su un’altura panoramica tra fitti castagneti, è documentata per la prima volta nel 1297 e venne eretta a parrocchia nel 1446. Nel 1699 il titolo passò all’attuale parrocchiale al centro del paese e S. Giacomo divenne chiesa cimiteriale. La caratteristica strutturazione architettonica ad archi trasversi può risalire proprio alla seconda metà del Quattrocento e l’incongruenza di alcuni affreschi più antichi lascia immaginare l’ampliamento di una precedente costruzione. Quattrocentesco risulta essere anche lo svettante campanile. La ricca decorazione pittorica della chiesa, pressoché interamente realizzata a scopo devozionale, raccolse i consensi dei visitatori pastorali del Cinquecento, ma già nel secolo successivo S. Giacomo dovette perdere il prestigio dei tempi passati, dato che, caso piuttosto raro in zona, non riporta traccia di successivi rifacimenti e ridipinture.
Precede l’ingresso un elegante pronao dipinto nella volta con Storie della Genesi da un pittore della seconda metà del Cinquecento che utilizzò per i soggetti stampe di origine francese (Mignon) servite anche per analoghe raffigurazioni in Palazzo Besta a Teglio. Gli archi-timpano dividono le pareti laterali in comparti dove si allineano in gran numero dipinti devozionali, spesso simulando articolazioni ad ancona.
Sulla controfacciata è la Vergine tra S. Bernardino e S. Antonio, datata 1544: ogni figura è commissionata da una persona diversa, secondo una caratteristica usanza devozionale che veniva incontro anche alle reali possibilità economiche della gente. È forse il dipinto più rappresentativo della campagna decorativa che negli anni Quaranta si attua nei comparti più vicini all’ingresso della chiesa e che ha come riferimento stilistico principale la pittura del caravaggino Fermo Stella, a lungo attivo in Valtellina. Analoghe considerazioni possono infatti prodursi per la S. Caterina sul pilastro tra la cappellina e il secondo compatto di sinistra; per il corrispondente S. Leonardo sul pilastro di destra; per la Crocifissione del 1549 nel primo comparto di destra, dove appaiono anche riprese bramantiniane; per la Vergine col Bambino sul pilastro tra il secondo e il terzo comparto di sinistra.
Nel secondo comparto di sinistra è dipinto un finto altare con due ancone separate da una finestrella. La prima raffigura la Madonna tra S. Giacomo (col committente) e S. Antonio; la seconda la Madonna tra S. Giacomo e S. Sebastiano. Mentre il primo dipinto è di più rozza grafia, anche se di ambito affine, il secondo è ben collegabile all’opera di Giovanni Andrea De Magistris attorno al 1520. Piuttosto rozza è la Madonna datata 1511 sul pilastro tra secondo e terzo comparto di sinistra, parente prossima della Vergine del pilastro precedente. Ad uno stesso momento appartengono il S. Giovanni, la S. Lucia e la Trinità nel terzo comparto di sinistra, caratteristici per lo sfondo damascato e il gusto calligrafico che ricordano le opere valtellinesi di Giovannino da Sondalo verso la fine del XV secolo. Nello stesso comparto è un S. Rocco datato 1533, una Vergine col Bambino della metà del Cinquecento e i più tardi SS. Cosma e Damiano. Sul successivo pilastro troviamo ancora affreschi votivi mariani (1511) e un S. Giobbe del 1523, la cui emaciata raffigurazione indica gli influssi delle incisioni nordiche. Nella parte superiore dell’ultimo comparto una teoria di Vergine e Santi è inquadrata da un’architettura dipinta che si collega alla cultura classicista portata sulle rive del Lario da Cesare Cesariano, volgarizzatore e commentatore di Vitruvio (1521). Un’analoga soluzione è sul comparto di fronte, così da far pensare ad un progetto decorativo unitario che voleva trasformare l’aspetto quattrocentesco della chiesa in forme classicheggianti.
Sempre nel quarto comparto di sinistra sono dipinti una Crocifissione tra S. Sebastiano e S. Antonio, attribuibile a Sebastiano da Piuro, autore del ciclo absidale, e un Miracolo di Bolsena, piuttosto rozzo. Sul pilastro dell’arco presbiteriale un Battesimo di Cristo (fine secolo XV) sormonta un tabernacolo scolpito in pietra fra Angeli. Sulla facciata esterna del pilastro è affrescato un S. Giacomo collegabile ai dipinti eseguiti attorno al 1510. Nel presbiterio troviamo una Natività con S. Giuseppe e S. Giacomo, datata 1550, ancora una volta con tre committenze distinte per ciascun personaggio, ascrivibile al pittore Ambrogio Arcimboldi, e una Madonna tra S. Vincenzo e S. Stefano del 1526, di impronta più classicista. L’abside” è occupata da uno dei cicli più importanti della zona, di cui è documentato anche l’autore: Sebastiano da Piuro. La data è illeggibile, ma ancora nel primo Novecento si leggeva 1512 o 1517. Nel catino sono i quattro Evangelisti con la Vergine e S. Giacomo, titolare della chiesa, che attorniano il Cristo in gloria; sotto sono rappresentati i dodici Apostoli. Sull’arcone sono il Padre Eterno con quattro Profeti entro oculi.
Il ciclo appare stilisticamente aggiornato sulle esperienze pittoriche della Certosa di Pavia, oltre che sulle testimonianze milanesi di Leonardo e, soprattutto, di Bramante. Sulla volta del presbiterio sopravvive solo l’ombra dei quattro Dottori della Chiesa entro oculi, affiancati da Profeti che probabilmente completavano il programma iconografico del ciclo: una sorta di proclamazione della dottrina cattolica.
L’influsso di Sebastiano da Piuro si ritrova nella Madonna tra Santi sul pilastro del presbiterio e in altre immagini mariane meglio identificabili, come quelle sui pilastri che racchiudono la cappellina di S. Rocco, di cui quella datata 1512 e commissionata da Battista Coscia sembra autografa di Sebastiano.
Illeggibile è la sequenza di Santi nella zona inferiore del comparto e piuttosto anonimi sono il S. Giacomo datato 1550 nel quarto comparto e il S. Bernardo sul successivo pilastro.
La cappellina di S. Rocco, corrispondente al terzo comparto di destra, riporta Storie del Santo ambientate in scenari paesistici e ambientali ricchi di citazioni locali, come nel S. Rocco che ringrazia Dio per la malattia ricevuta, dove sembra rappresentato il ricordo dell’alluvione del 1520 che aveva cambiato il corso dell’Adda e del Mera. La felice vena narrativa deriva dalla scuola di Sigismondo De Magistris e l’artista potrebbe identificarsi con Ambrogio Arcimboldi che appunto collaborò con Sigismondo negli ultimi anni della sua attività. Al frescante della volta del presbiterio di S. Vincenzo a Gera Lario sembrano invece riferirsi gli altri affreschi della cappellina: l’Annunciazione con la data 1549 e la Vergine in gloria tra S. Rocco e S. Caterina, in cui appaiono evidenti gli influssi da Gaudenzio Ferrari e Fermo Stella. La Vergine commissionata da Pietro Mazina sul pilastro sembra più vicina alle Storie di S. Rocco e riporta il ricorrente particolare delle catene che, accanto a quello dei ceppi, testimonia vicende di imprigionamenti legati alle controversie politiche di quegli anni.
Nel secondo comparto di destra troviamo la Vergine tra S. Antonio, S. Giovanni Battista e S. Giacomo, datata 1517, che, come quella del comparto frontale, potrebbe essere opera di Giovanni Andrea De Magistris. Meno interessanti sono la Vergine in trono e i due lacerti che lasciano intuire un S. Sebastiano e una S. Lucia; il S. Antonio sul pilastro appartiene alla campagna decorativa degli anni Quaranta, mentre la Vergine col Bambino è molto simile a quella affrescata sul pilastro corrispondente di sinistra. Altri lacerti tardoquattrocenteschi sono nel primo comparto.