Gravedona

È il centro principale dell’Alto Lario, disposto su un’ampia insenatura tra le pendici del Sasso Pelo a nord e la piana alluvionale del torrente Liro a sud. Sull’altra sponda del lago la vista spazia dalla penisola di Piona, alla mole del Legnone fino allo sbocco della Valtellina. Il sito urbano è storicamente caratterizzato dal percorso della strada Regina che dalla piana del Liro si alzava per aggirare la balza rocciosa che ospitò fin da tempi assai remoti una fortificazione, attorno a cui si è sviluppato l’antico rione detto appunto del Castello. Recentemente è stato ipotizzato un tracciato alternativo della Regina che, già in età romana, da Dongo raggiungeva Gravedona mantenendosi presso le sponde lacuali: si spiegherebbe così l’ubicazione costiera della plebana S. Vincenzo. Fino al 1878 sopravvissero le due porte che consentivano alla strada romana l’attraversamento del borgo. Una terza porta dava l’accesso al molo di Carale e, forse, comunicava con la citata deviazione lungo il lago della Regina. La porta si apriva su una ripida scalinata settecentesca, ancora esistente. Un’altra importante strada, particolarmente frequentata nel XIV e XV secolo, risaliva dalla Regina al passo di S. Jorio percorrendo la valle del Liro e mettendo in comunicazione il Lario con la Val Mesolcina, nell’attuale C anton Ticino. Probabili resti di tombe galliche vennero rinvenuti nei pressi del tracciato della via Regina verso Domaso, ma più consistenti sono le testimonianze dell’età romana, soprattutto are, ancora visibili in S. Maria del Tiglio e nella vicina parrocchiale di S. Vincenzo, che con altri elementi concorrono all’ipotesi di una zona sacrale pagana. In questa stessa zona un’epigrafe del VI secolo certifica la presenza cristiana, probabilmente costituitasi in forma di pieve battesimale.
Solo ipotesi possono formularsi sui secoli altomedioevali, mentre certa è l’alterna partecipazione di Gravedona, ormai divenuto comune rurale, alla lotta tra Milano e Como tra il 1118 e il 1127; nel 1183 è al seguito di Milano alla pace di Costanza. Dotata di consoli e di una zecca, Gravedona divenne poi comune a tutti gli effetti pur mantenendo prevalentemente la denominazione di pieve che rendeva ragione dei diversi abitati che le gravitavano attorno in una sorta di struttura confederativa. Nel 1335 cadde sotto i Visconti che vi insediarono un vicariato locale; nel 1403 vennero emanati gli Statuti. Durante íl periodo sforzesco emersero le grandi famiglie Stampa, Casati, Curti, Canova, Sergregori, e la presenza dell’osservanza agostiniana. Tra il 1522 e il 1532 Gravedona finì sotto il dominio di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, mentre Francesco II Sforza vi insediò un funzionario locale. Durante il dominio degli Spagnoli, divenne signore delle Tre Pievi, con capoluogo in Grave-dona, il cardinale comasco Tolomeo Gallio (1580).

Nei secoli successivi non si registrarono particolari avvenimenti e il tessuto urbano e monumentale è riuscito a mantenersi in buona parte nel rispetto degli assetti originari.
Chiesa di S. Maria del Tiglio
Situata sulle sponde della piana alluvionale del Liro, nei pressi della parrocchiale di S. Vincenzo, a sud del paese, è una delle più originali testimonianze del romanico comasco, datata verso l’ultimo quarto del XII secolo. La chiesa sorge su un preesistente edificio battisteriale di età paleocristiana dedicato a S. Giovanni Battista di cui restano alcuni rilievi simbolici incastonati sopra il portale e, all’interno, la vasca battesimale e lacerti di un pavimento a mosaico databile al V secolo. Anche il disegno perimetrale quadrato ricalca il tracciato più antico con tre absidi, una per lato, di cui quella presbiteriale è triconca ed affiancata da due absidiole. L’esterno è caratterizzato dall’alterno paramento di pietre bianche e grigie e dall’imponente torre eretta in facciata con una struttura inferiore quadrata che diviene ottagona oltre il colmo del tetto. Le pareti sono scandite dalle intelaiature delle lesene e degli archetti pensili. Lo strombo pronunciato e il complesso profilo a cordoni degli sguanci è motivo caratteristico delle finestre e del portale.

All’interno l’alzato è evidenziato da archi a tre fornici, sostenuti da agili colonne, sopra cui scorre un aperto loggiato che ricorda la basilica di S. Fedele a Como.
La complessa stratificazione decorativa si è persa nei restauri del 1952-53 che hanno voluto recuperare al massimo l’assetto romanico. Si possono comunque individuare ancora diverse fasi decorative: la più antica, della prima metà del XIV secolo, è testimoniata dal Giudizio Universale sulla controfacciata; la successiva, collocabile nel secondo Trecento, conserva esempi nell’abside settentrionale; la decorazione quattrocentesca è rappresentata nel suo sviluppo dalla cultura tardogotica a quella bramantesca da diversi frammenti tra cui emergono i cicli di S. Giovanni Battista e dei Re Magi nella zona presbiteriale e la lacunosa Crocifissione nell’abside meridionale.
Lacerti malridotti di affreschi collocabili nella seconda metà del Trecento si vedono nei pressi dell’acquasantiera, mentre del Giudizio Universale sulla contro-facciata sopravvive una porzione molto interessante per lo scenario urbano che Io ambienta. Nell’abside meridionale alcuni lacerti suggeriscono la raffigurazione di un Crocifisso, una Trinità ed altre figure, originariamente inquadrate in un’elegante cornice a grottesche e bugne, collocabile entro la maniera di Battista da Musso e Bartolomeo Benzi, volgarizzatori locali di un linguaggio vagamente bramantesco. Vicino è un altro affresco con la Vergine tra S. Nicola, un committente e un altro Santo (seconda metà XV secolo). Altri lacerti sono nell’abside settentrionale: S. Anna metterza, S. Susanna (P) e un episodio della Vita di S. Giuliano (seconda metà del XIV secolo); S. Giovanni Battista (metà del XV secolo) e S. Lucio. La parete presbiteriale è dominata dall’affresco lacunoso dell’Adorazione dei Magi, che recupera un episodio leggendario secondo cui nell’823 un dipinto di analogo soggetto rifulse di luce propria. L’ambito stilistico è quello dei Seregnesi, una bottega attiva a metà del XV secolo anche a Mesocco e ad Ascona. Nell’absidiola orientale dí sinistra si intravvedono una Annunciazione e una congrega di Disciplini, probabilmente posti sotto la protezione di S. Marta, cui era dedicato un altare (seconda metà del XV secolo). Le Storie di S. Giovanni Battista occupano parte dell’arcone d’ingresso all’abside centrale e si riferiscono con ogni probabilità all’antica dedicazione e funzione battesimale del luogo. Anche questi dipinti vanno collocati nella seconda metà del Quattrocento sulla scia dí tardi influssi da Masolino e dalla bottega dei Bembo. Su un precedente intonaco è un S. Gottardo. Dell’ultimo scorcio del Quattrocento è il S. Stefano sul pilastro della stessa abside, sotto cui un discutibile ritaglio lascia intravvedere la presenza di affreschi più antichi.

Un Crocifisso ligneo (XII secolo) di chiaro influsso renano domina la zona presbiteriale. All’esterno, nella lunetta del portale laterale, è dipinta un’elegante Pietà trecentesca.
Parrocchiale di S. Vincenzo Venne eretta in forme romaniche nell’XI secolo (probabilmente nel 1072), ove era un edificio di culto più antico, a cui faceva da battistero il vicino S. Giovanni, poi divenuto S. Maria del Tiglio. Della fabbrica romanica a tre navate, risalente alla seconda metà dell’XI secolo, sopravvivono, profondamente interrate, parti delle murature esterne e delle absidi.
La cripta, dedicata a S. Antonio, potrebbe essere l’originaria zona presbiteriale, poi innalzata per le frequenti inondazioni lacuali, come notava anche il Ninguarda nel 1593. 11 pavimento è stato da alcuni messo in relazione ad un edificio pagano, cui potrebbero riferirsi anche diversi ritrovamenti.
Il tradizionale culto a S. Antonio è testimoniato dai lacerti di affreschi sull’emiciclo absidale, per uno dei quali è stata recuperata un’iscrizione con la data 1304, che andrebbe corretta per ragioni stilistiche al secolo successivo. Su uno dei pilastri è invece raffigurata una Santa trecentesca.
In età rinascimentale venne ordinata e disegnata per mano di Giacomo del Maino un’ancona lignea di cui non è rimasta traccia (1486), come pure senza riscontro resta la commissione di un’ancona a Bernardino Luini da parte del parroco Curti nel
1516. Nel 1593 il Ninguarda ricorda affreschi malridotti nell’abside e sulle pareti della navata.
La chiesa venne globalmente ristrutturata a partire dal 1600 e nel 1726 venne eretto il portico in facciata a due ali che ingloba i due oratori di S. Michele, per la Confraternita del SS. Sacramento, con una tela settecentesca con la Vergine tra i SS. Michele e Vincenzo, e quello di S. Marta, sopra cui è tradizione fosse il “lazzaretto”, un locale che ospitava gli appestati. Il sagrato è completato da un oratorio settecentesco della Buona Morte che si affaccia sul lato aperto del portico.
All’interno la chiesa è ricca di arredi e dipinti, spesso inseriti entro imponenti ancone marmoree settecentesche. Nella prima cappella a sinistra, dedicata a S. Francesco, è collocato un olio su tavola raffigurante S. Francesco che riceve le stimmate (XVII secolo). L’altare successivo conserva una più tarda Crocifissione tra i Disciplini. Nella terza cappella è una tela con S. Girolamo.
Segue il pulpito, il cui arredo ligneo settecentesco corrisponde all’organo collocato frontalmente sulla parete opposta. Una lapide paleocristiana è immurata nell’arcosolio del presbiterio.

Sulla destra la prima cappella è dedicata a S. Biagio e conserva una bella tela secentesca con un Miracolo del Santo. Il successivo altare della Vergine è decorato da una vivace scagliola. L’altare di S. Giuseppe porta una tela con la Sacra Famiglia, il Padre Eterno e lo Spirito Santo, attribuita al caravaggesco Giovanni Baglione.
Sulle pareti laterali del presbiterio sono due tele firmate da Michelangelo Bellotti nel 1735 raffiguranti S. Vincenzo davanti al Sultano e il Martirio del Santo. Sulla parete di fondo è una tela con la Gloria di S. Vincenzo, la cui attribuzione oscilla tra Carlo Innocenzo Carloni e il suo allievo Pietro Scotti da Laino. Per stile e iconografia gli corrispondono la volta absidale con gli Angeli, le raffigurazioni della Fede e della Carità, e le quadrature. La decorazione venne completata sulle volte del presbiterio e delle navate nel 1889 dal Tagliaferri. Della fine del XVIII secolo sono il coro ligneo e l’altare in marmi policromi: sulla porticina del tabernacolo è dipinta una Deposizione.
La sacrestia ha pregiati arredi lignei barocchi, opera di Antonio Raffaele Falillela. Sulla volta è affrescata la Gloria di S. Vincenzo con quadrature riferibili alla decorazione del presbiterio. L’ancona lignea dell’altare inquadra una tela secentesca, forse raffigurante Tobiolo e l’Angelo. Nella sacrestia si conserva anche l’anta dell’ancona dell’organo, commissionato dalla Scuola di Palermo, con l’immagine di S. Vincenzo e la data 1545. Sono inoltre esposti un S. Sebastiano e un Riposo durante la fuga in Egitto di chiara impronta caravaggesca; un S. Antonio e un S. Miro in cattivo stato di conservazione; una Crocifissione. I preziosi argenti, in parte usciti dalla bottega gravedonese di Francesco Sergregori, ed altri importanti arredi, già oggetto di furti e manomissioni, sono oggi sotto custodia.

Da visitare

Il centro storico

Il borgo del “Castello” conserva diverse sopravvivenze delle più antiche dimore gravedonesi che nei secoli hanno subìto radicali trasformazioni e frazionamenti che peraltro lasciano spesso intravvedere gli assetti originari che in più di un caso potrebbero essere in parte recuperati. L’assetto viario si è sostanzialmente conservato, mantenendo anche diversi toponimi.
Punto centrale è la piazzetta di Prà Castello, dove era una chiesetta poi trasformata e successivamente adibita a Biblioteca comunale. Sulla piazza, che si raggiunge dalla via Vittorio Veneto (via Regina) entrando nella via al Castello, si affaccia anche un lato della casa Volta sul quale sono state recuperate due grandi finestre quattrocentesche e parte dell’intonaco graffito originale. La struttura dell’ampia dimora comprende un blocco a torre e cortili a giardino. Dalla facciata a monte del palazzo parte la via Sergregori, un tempo detta “degli orefici”, una delle principali dorsali del vecchio borgo. Più angusti sono i caratteristici “strecc” dove si incontrano diversi portali in pietra viva: in via Sabbati ne sopravvive uno quattrocentesco oggi malamente ridipinto. Nella via del Sale sono abitazioni con finestre ad arco e i resti di una casa duecentesca dal caratteristico paramento a fasce bianche e nere. Analoghe sopravvivenze sono in piazza Motta e in via Carate dove si vede l’ombra di una Madonna ad affresco. In via Peter e via Sabbati si incontrano cortili a logge. Gli affreschi sulle pareti delle case dovevano essere una caratteristica ricorrente di cui la Madonna tra S. Rocco e S. Sebastiano (XVI secolo) del lungolago Ciceri n. 25 e l’Annunciazione settecentesca in via del Castello sono suggestive testimonianze. Allo sbocco verso monte della via del Sale si incontra una cappellina votiva mariana. La parte alta del borgo, lambita dalla via Vittorio Veneto, già via Regina e ora strada statale, è caratterizzata tra via S. Rocco e via Grisogoni da una complessa dimora settecentesca. Altre due dimore settecentesche (via Vittorio Veneto 1 e 3) si affacciano su un piccolo piazzale che ospita la sede del Municipio. Più avanti è la casa Stampa (via Vittorio Veneto 10) con diversi elementi che ricordano l’assetto quattrocentesco. Un’altra fabbrica dai tratti rinascimentali, con lacerti di affreschi decorativi esterni, è all’angolo con via Pozzo. Al n. 38 di via Vittorio Veneto è un portale datato 1738 e al n. 52, poco prima del parco di Palazzo Gallio, si trova una bella dimora dai tratti tardocinquecenteschi, come i timpani spezzati delle finestre che ricordano Palazzo Gallio e Palazzo Natta di Como.
Sul lungolago sotto la piazza del Castello si affaccia la caratteristica Madonna della Soledad (XVII secolo).
Nei pressi dell’antico molo (attuale piazza Mazzini) esisteva il monastero delle Umiliate, documentato fin dal 1243. Il convento è stato identificato nella casa Tagliaferri in via Sabbati. Della chiesa esiste una descrizione nella visita pastorale del Ninguarda (1593): una cappelletti con pitture antiche e una tela raffigurante la Deposizione.

Palazzo Gallio

La dimora venne fondata sul sito dell’antico castello dal cardinale comasco Tolomeo Gallio, che ebbe il territorio delle Tre Pievi in feudo nel 1580. La posa della prima pietra data tra il 1586 e il 1587. La tradizionale attribuzione a Pellegrino Tibaldi non è suffragata da alcun elemento documentario: di recente è stato proposto il nome di Giovanni Antonio Piotti, coinvolgibile per altre fabbriche comasche di impronta pellegriníana, come Palazzo Natta o la Villa Pliniana, e chiamato proprio dal Gallio per i restauri del S. Abbondio a Como nel 1586. Sono invece sicuramente documentati gli scalpellini Alessio e Bartolomeo Novazzani. La villa è
una solida mole quadrata che nelle quattro torri angolari ricorda l’antica vocazione castellana del sito, mentre nelle due aperte logge sulle facciate verso lago e verso monte si inserisce nella tradizione delle ville rinascimentali. I vani interni si articolano attorno a un grande salone centrale e conservano diverse opere d’arte.

Chiesa dei SS. Gusmeo e Matteo

Al dí sopra del tracciato della strada Regina, entro una suggestiva cornice di platani, è la chiesa dei SS. Gusmeo e Matteo, per tradizione eretta sul luogo del martirio dei due Santi. L’antica chiesa romanica a pianta centrale venne edificata dopo il rinvenimento delle reliquie, tradizionalmente attestato nel 1248. I primi rinnovamenti alla fabbrica datano al 1533, quando venne invertito l’orientamento della chiesa, cui seguirono ulteriori e radicali ampliamenti. ll Ninguarda nel 1593 ricorda un dipinto malandato in corrispondenza dell’altare maggiore con la Vergine, due Santi ed altre rozze pitture negli altari minori.
L’intervento decorativo di maggior spicco è la Gloria di Dio Padre e degli Angeli affrescata dal Fiammenghino nel 1608 sulla volta del presbiterio. Al Della Rovere possono anche attribuirsi le figure allegoriche del sottarco. Più tarde le tele alle pareti con il Giudizio dei SS. Gusmeo e Matteo, il Martirio dei Santi e
il Trasporto delle reliquie, avvenuto nel 1637 dal centro della chiesa all’altare maggiore per volontà del vescovo Carafino, come ricorda lo stesso reliquiario posto sotto la mensa eucaristica. Completano l’arredo del presbiterio l’altare in marmi policromi e due tele entrambe con il Cristo della Passione.
Il primo altare di destra è dedicato alla Vergine del Rosario e conserva una statua policroma, uno stendardo in seta e una tela secentesca con la Vergine, i Misteri, S. Domenico e diversi personaggi, forse i committenti o i membri di una confraternita.
La seconda cappella ha un gruppo in stucco policromo. Speculare è la cappella della Vergine, introdotta, come la precedente, dalle statue in stucco degli Evangelisti. Al centro è una tela con 1′ Annunciazione cui corrispondono gli episodi della Vita della Vergine, affrescati, entro quadrature in stucco, alla maniera del Quaglio.

Chiesa e convento di S. Maria delle Grazie

La chiesa e il convento agostiniano vennero fondati nel 1467, laddove era documentata la presenza di una chiesa dedicata al Salvatore, in posizione dominante il borgo del Castello, oltre i SS. Gusmeo e Matteo. A un anno dalla fondazione il convento passò all’Osservanza inaugurando una serie dí rapporti con i principali cenobi agostiniani osservanti della Lombardia e divenendo dalla fine del Quattrocento ai primi decenni del secolo successivo un punto di riferimento alla stregua della fondazione domenicana di Morbegno e di quella benedettina di Piona. Nel 1474 Galeazzo Sforza contribuì finanziariamente alla fabbrica che aveva avuto un avvio difficoltoso.
L’articolazione architettonica segue il modello diffuso in zona della monoaula scandita da archi trasversali che creano stretti comparti laterali. Tre absidi, di cui quella centrale con volta a vele, chiudono sul fondo l’ampio e luminoso spazio interno. Tra il 1496 e il 1520 si realizzò il maggior impegno decorativo con successive fasi stilistiche: dagli episodi più tradizionali degli archi trasversali e della Deposizione, ai primi aggiornamenti in direzione bramantesca e leonardesca della Vergine tra S. Pietro e S. Giovanni Battista e della cappella di S. Antonio, fino alla decisa scelta bramantiniana dei cicli di S. Giovanni Battista e S. Agata.
Il chiostro mantiene l’assetto originario nonostante le successive suddivisioni e modificazioni d’uso.
Due portali ín marmo di Musso di scuola rodariana consentono l’ingresso in facciata e sul lato destro: nel 1514 è documentata per uno di essi la presenza dello scalpellino Giovan Pietro da Musso. La lunetta del portale in facciata riporta un affresco cinquecentesco con la Vergine tra S.Agostino e S. Nicola da Tolentino.
I sottarchi e le facciate dei timpani trasversali sono affrescati con busti di Profeti entro oculi con cartigli annuncianti l’Incarnazione e teorie di Beati e Santi agostiniani fino ai Dottori della Chiesa sull’ultimo sottarco. Coerente da un punto di vista iconografico e stilistico è l’Assunta tra Simeone e Giovanni Battista sulla parete presbiteriale, datata 1496. Stilisticamente il ciclo è collocabile tra i linguaggi affini di Bartolomeo Benzi e Battista da Musso. L’impianto iconografico assomma la glorificazione dell’ordine agostiniano alla proclamazione della dottrina dell’Incarnazione e dell’Assunzione della Vergine, particolarmente cara alla cultura osservante.
Nel primo comparto di destra, entro una ricorrente inquadratura lunettata, sono affrescate la Crocifissione e le Storie della Croce” , commissionate dalla famiglia Casati, probabilmente attorno al 1516. Il tema della Crocifissione è caratteristico della religiosità agostiniana ed è più-volte riproposto nella fondazione gravedonese. La composizione si ispira liberamente alla Grande Crocifissione di Dilrer, nota incisione databile attorno al 1495. Gli autori del ciclo gravedonese devono ricercarsi nell’ambito della collaborazione tra Bernardino de Donati e Andrea de Gezís, frescanti nel 1515 nella cappella di S. Caterina in S. Antonio di Morbegno. Evidente è l’apporto bramantiniano, anche per l’accentuato patetismo, e di grande effetto è l’assetto ambientale e urbano che accoglie le monumentali figure. Sulla facciata interna del pilastro è dipinta una Vergine tra Santi agostiniani in precarie condizioni conservative.
Nel secondo compatto di destra, dotato dagli Stampa, sono affrescate le Storie di S. Antonio, articolate sul caratteristico impianto dell’ancona lignea il cui riferimento di maggior prestigio era l’ancona di S. Abbondio nel Duomo di Como. Nel culto a S. Antonio si univano la devozione popolare e le istanze eremitiche agostiniane. Tabelle di impronta antiquaria titolano le scene della vita del Santo. Molto curato è il dettaglio decorativo a candelabre e grottesche che risentono del vasto repertorio della cultura rodariana attiva nella cattedrale comasca. Stilisticamente il ciclo denuncia in più punti contatti con la Madonna tra S. Pietro e S. Giovanni del pilastro absidale dipinto solo una settimana dopo e generalmente attribuito ad Alvise de Donati. Sulle facciate dei pilastri sono rappresentati i Quattro Dottori della Chiesa, S. Pietro, S. Paolo, il Beato Giorgio Lacioli e la Madonna del “ciffulet” , di un’unica mano, assimilabile ai cicli di S. Agata e S. Giovanni Battista, ormai influenzata anche da Luini e Gaudenzio Ferrari, operosi negli anni Venti per il Duomo di Como. L’impianto iconografico sembra voler sottolineare il valore della dottrina cattolica contro le insorgenti eresie riformistiche, forse raffigurate nell’immagine del diavoletto.
Il quarto compatto ospita l’altare di S. Carlo con una tela del Santo davanti al Crocifisso.
Nel quinto compatto, affrescato con inquadrature settecentesche, entro un altare barocco, appare un affresco della metà del XVI secolo con S. Agostino che si ispira alla Vergine Madre e al Cristo flagellato. Una lapide del 1742 ricorda una sepoltura Curti. Anche nell’ultimo comparto è dipinto un affresco sepolcrale. La cappella presbiteriale di destra è dedicata a S. Nicola da Tolentino. Episodi della Vita del Santo sono affrescati da Giulio Quaglio sulle pareti e sull’arcosolio. Notevoli gli stucchi settecenteschi della volta e delle pareti; l’ancona inquadra la statua di S. Nicola.
Sul pilastro presbiteriale di destra è la già citata Madonna tra S. Pietro e S. Giovanni Battista, datata 1509 e attribuita ad Alvise de Donati.
L’altare maggiore risulta eretto nel 1609, ma la grande ancona lignea, commissionata dai Curti, riporta la data 1610. Le statue rappresentano i SS. Agostino, Monica, Vincenzo e Nicola; al centro è la Vergine col Bambino. Sono inserite delle piccole tele con l’Assunzione, la Visitazione e la Vergine del rosario. La Crocifissione completa, fino all’altezza dell’arcone, il grande altare.
Nel vano absidale sono conservate diverse tele, piuttosto ammalorate, e nell’oculo è inserita una vetratina cinquecentesca con la Vergine.
Sul pilastro presbiteriale di sinistra è la Crocifissione datata 1519, stilisticamente analoga agli affreschi dell’adiacente cappella di S. Agata, datata 1520. E questo uno degli episodi figurativi più alti della zona, caratterizzato da un complesso impianto iconografico che coinvolge 1′ Annunciazione ,l’Incoronazione di S. Nicola da Tolentino e il Martirio di S. Agata, assemblati dalla consueta struttura ad ancona dipinta. Il ciclo va collegato alle Storie di S. Giovanni Battista e appare come l’estrema maturazione in senso bramantiniano di un linguaggio i cui inizi possono già verificarsi nella Crocifissione della prima cappella di destra: in questo senso è stata individuata la personalità di Bernardino de Donati attorno al quale dovevano gravitare diversi collaboratori.
Una vetratina del primo decennio del Cinquecento riempie l’o-culo con l’immagine di S. Agata. Di diversa collocazione originaria dovrebbe essere la Vergine col Bambino in marmo di Musso, che riporta l’indicazione: Giovan Battista De Tortis, 1515.
Alle pareti sono una Vergine tra Santi agostiniani (XVII secolo) e un S. Agostino tra S. Monica e S. Nicola, firmato da Alessandro Magatti.
Un portale ligneo a specchiature intarsiate segna l’accesso alla sacrestia, sormontato da un affresco settecentesco con S. Caterina.
Nel quinto comparto, di sinistra sotto l’organo, è la cappella di S. Tommaso di Villanova con quadrature settecentesche e immagini di Santi. Al centro è conservata una tela con la Visita agli appestati.
Nel quarto compatto di sinistra sono affrescate le Storie di S. Giovanni Battista, in gran parte derivate da incisioni dureriane. Di particolare interesse iconografico sono le molteplici citazioni dall’antico nelle cornici. La cappella era da tempo sotto il patronato dei Benadusio e gli affreschi possono ascriversi a quell’équipe capeggiata da Bernardino de Donati, attiva in più punti della chiesa tra il 1515 e il 1520.
Nel terzo comparto di sinistra è la Deposizione, stilisticamente legata alla temperie figurativa di Bartolomeo de Benzi e Battista da Musso.
Nel secondo comparto una tela settecentesca raffigura S. Rocco e gli appestati. Una lapide cinquecentesca ricorda l’antico patronato degli Stampa.
Sul secondo pilastro di sinistra sono due dipinti minori: S. Nicola da Tolentino e la Vergine tra S. Rocco e S. Sebastiano. Nel primo comparto di sinistra, tra lacerti di affreschi cinquecenteschi, è un’Adorazione dei Magi, firmata da Giulio Quaglio nel 1732.
Nella controfacciata sono un S. Girolamo in abiti agostiniani firmato dal bresciano Aragonio nel 1590 e un settecentesco S. Antonio da Padova.
Nell’oculo della facciata è una vetrata con la Vergine in abito agostiniano raffigurata entro un porticato che richiama l’iconografia della Gerusalemme celeste.
Dalla porta a fianco della cappella di S. Agata si passa all’andito che conduce alla sacrestia e, sulla destra, alla scala che sale alla cella campanaria. Dalla sacrestia, che conserva alcuni dipinti, si esce nel chiostro del monastero, la cui struttura e decorazione si è compromessa per l’incuria e l’utilizzo improprio subito dalla soppressione di fine Settecento. Sulle pareti esterne prospicienti il cortile si intravvedono figure monumentali con i Quattro Evangelisti, i Quattro Dottori della Chiesa, Quattro Santi Agostiniani e Quattro Profeti con il Risorto, da attribuirsi agli stessi frescanti che dal 1515 al 1520 passano all’interno della chiesa dalla cappella della Crocifissione a quella di S. Agata. Analoghe sottolineature stilistiche, pur con cadute di tono, e analogo spessore iconografico traspaiono dal resto della decorazione: le Virtù e la Fuga in Egitto presso l’antico ingresso alla chiesa; l’Adorazione dei Magi sull’angolo orientale del deambulacro; la Natività sull’angolo occidentale; l’Annunciazione sopra l’antico accesso al piano superiore delle celle.
Nel deambulacro settentrionale, sopra il probabile ingresso alla sala capitolare, è affrescata una caratteristica composizione della Vergine, il Cristo della Passione e l’Eterno, di datazione più tarda. Iconografie di chiaro stampo agostiniano sono S. Agostino che segue il Cristo portacroce, Albero agostiniano che sorge dal corpo del Santo patrono e S. Agostino che si ispira a Cristo e alla Vergine, riprodotto anche all’interno della chiesa. Grottesche ed oculi dipinti completano la decorazione nei sottarchi e tra le arcate del chiostro, all’interno e all’esterno. Emergono per qualità stilistica alcuni monocromi con Episodi dalla Genesi, databili attorno al 1510. Tutti questi frammenti suggeriscono il complesso e denso programma iconografico sotteso alla decorazione del chiostro che dovette impegnare per diversi anni le maestranze pittoriche. Emerge la preoccupazione di evidenziare l’impegno agostiniano nella salvaguardia dell’ortodossia cattolica e il particolare culto per l’Incarnazione e la Passione di Gesù.
Oratorio di S. Abbondio All’ingresso del paese, dopo il ponte sul Liro, venne eretto nel Seicento questo oratorio dall’interessante struttura planimetrica che associa due spazi centrici. Sulla parete di fondo è una bella quadratura settecentesca che accoglie, sopra un altare in marmi policromi, un affresco con la Vergine e i SS. Rocco e Vincenzo. All’esterno l’oratorio, che nel secolo scorso era noto come il Santuario della Madonna delle fonti, è sormontato da un bel campaniletto.
Chiesa di S. Carlo a Travisa La chiesa secentesca sorge nell’omonima frazione. Sull’altare maggiore è collocata una tela con S. Carlo in gloria tra S. Antonio, S. Francesco e l’Annunciazione. Sull’altare di sinistra si trova una tela con i SS. Vincenzo e Francesco con la Madonna di Loreto e un tabernacolo policromo. Sull’altare di destra è una Crocifissione con i SS. Bartolomeo e Rosalia, datato 1640 ed opera del-l’attardato cremonese Stefano Lambri. Altre tele sono collocate verso l’ingresso.

Chiesa dei SS. Nabore e Felice di Negrana

Il Ninguarda ricorda nel 1593 un piccolo oratorio dedicato ai SS. Nabore e Felice con immagini degli Apostoli, che fanno pensare alle ricorrenti teorie apostoliche dipinte in zona dal Medioevo al Rinascimento.

Oratorio di S. Lorenzo a Segna

La piccola frazione domina il lago e Gravedona. L’abitato, che ancora conserva tratti antichi, si raccoglie attorno all’oratorio, i cui affreschi sull’abside sono citati anche dal Ninguarda nel 1593. L’Incoronazione della Vergine tra S. Antonio, S. Vincenzo,
S. Lorenzo e S. Nicola da Tolentino risponde alle preoccupazioni e ai culti più ricorrenti nella religiosità della zona, con particolare riferimento a Gera e Gravedona. Stilisticamente l’affresco è una prova irrigidita e semplificata dell’attardarsi del linguaggio bergognonesco nel Cinquecento ormai inoltrato.
Chiesa di S. Martino di Traversa Nell’antica frazione che si incontra risalendo la valle del Liro, prima del bivio per Peglio, esisteva una chiesa dedicata a S. Martino che il Ninguarda nel 1593 ricordava decorata di affreschi con S. Martino, altri Santi e la Beata Vergine. Nel 1682, secondo l’iscrizione sul portale laterale, l’edificio venne interamente ricostruito nelle attuali forme.
Sul fonte battesimale è appoggiato un tabernacolo barocco in legno policromo. L’altare maggiore è in marmi policromi e la parete di fondo del presbiterio ospita una statua lignea raffigurante S. Martino.

Chiesa di S. Croce a Naro

La frazione, oggi raggiungibile da Peglio, formava un comune a sé dal XIII al XVI secolo, fino a quando le pestilenze e l’emigrazione decimarono la popolazione che in gran parte abbandonò l’abitato. La piccola chiesa è documentata per la prima volta dalla visita pastorale VolpiBonomi nel 1578 e successivamente dal Ninguarda nel 1593.
Il presbiterio è stato affrescato da Sigismondo De Magistris nel 1529 e riporta la tipica Teofania, la cui tradizione medioevale era ben documentata in zona (si veda l’abside di Piona), con il Padre Eterno tra gli Evangelisti, la teoria degli Apostoli, l’ Annunciazione , qui entro oculi sull’arco trionfale. Completano la decorazione S. Rosalia (?) e S. Vincenzo sulle facciate esterne dei pilastri. L’autografia del dipinto consente di rintracciare un peculiare momento dell’attività del De Magistris, tra i più impegnati frescanti della zona (Montagna in Valtellina, Sorico, Varenna, Alzate Brianza, Garzeno, S. Maria Rezzonico), qui aggiornato sulle novità di Gaudenzio Ferrari. Il Crocifisso sull’altare era già stato segnalato nel 1578 e risponde sia alla dedicazione della chiesa sia all’iconografia del ciclo che pone al di sopra l’immagine del Padre e dello Spirito Santo.
L’evidenza data ai libri posti tra le mani degli Apostoli richiama i problemi dottrinali connessi alla secessione luterana, mentre S. Rosalia indica l’acquisizione di culti sorta a seguito dell’emigrazione a Palermo.
Sempre del 1529 è la Madonna tra Santi firmata da Andrea De Magistris, anch’egli molto attivo in zona e qui all’ultima sua prova documentata. Rispetto al figlio Sigismondo, Andrea resta su un linguaggio tradizionale, privo di sostanziali aggiornamenti.
Sulla parete di sinistra, mutilato da un passaggio, è un affresco con la Madonna tra Santi, con segni di punzonatura sul fondo a imitazione delle decorazioni su cuoio, che ricorda la cultura pittorica di Giovannino da Sondalo al passaggio tra XV e XVI secolo.
Altri affreschi sulle pareti – S. Antonio, S. Sebastiano, S. Rocco e S. Lucia, S. Lucia e S. Rocco; S. Rocco e S. Lucia – testimoniano culti popolari legati a ricorrenti vicende epidemiche. Sono affreschi molto poveri e ammalorati, databili al secondo quarto del XVI secolo.