Consiglio di Rumo

Posto sulla sponda destra del Liro, sulla piana alluvionale della foce, il paese, cresciuto attorno al centro di San Gregorio, è sede di un territorio comunale che sale fino al monte Torresella, al confine con la Svizzera. Numerose le piccole frazioni, in gran parte disposte sul versante destro della valle del Liro: Giussanico, Gorgotto, Martesana, Soiano, Ganda, Prestino, Taiana, Guasto, Moncucco, Tassimola, Alborescia e Brenzio. Alcuni di questi piccoli centri sono noti per i caratteristici “crotti”, cantine ricavate direttamente nella roccia.

Il toponimo lascia supporre un’origine preromana dell’abitato riferendosi al “concilium” celtico, un’organizzazione territoriale di fondi diversi legati da un vincolo federativo ad un centro comunemente riconosciuto.

Dell’età romana sopravvive il tracciato della strada Regina che qui attraversava il Liro in località del Guasto, probabile ricordo di una rovinosa alluvione come quella che travolse il “ponte della Regina” ubicato poco più a monte.

Il nome della frazione Martesana riporta a sua volta alle divisioni territoriali effettuate nel Comasco in età postcarolingia. Un documento del 1226 assicura la presenza di una casa Umiliata femminile, ancora citata nel 1517. La tradizione locale ricorda un “convento” nel sito di una casa ora di proprietà Chiappa. I Rumo erano nobili locali, già attestati nel XIII secolo, che divennero “capitanei”, titolo di infeudazione vescovile, a Dongo nel XV secolo. Dopo l’età comunale, passata sotto il consueto regime consolare, nel XIV secolo il territorio passò ai Visconti e successivamente agli Sforza. Occupato dal Medeghino tra il 1522 e il 1532, Consiglio di Rumo venne incluso nel territorio delle Tre Pievi concesso a Tolomeo Gallio nel 1580. Nel 1593 il borgo contava 540 anime per 108 famiglie.

Da visitare

Parrocchiale di S. Gregorio

I primi dati certi risalgono al 1374, ma la chiesa poteva esistere già in età romanica, anche per la caratteristica collocazione nei pressi del tracciato della via Regina.
Dell’assetto più antico sopravvive all’esterno solo l’abside semicircolare con una decorazione del sottogronda a dentelli in cotto. L’imponente campanile può collocarsi tra Quattro e Cinquecento: un’iscrizione lapidea immurata sul fianco meridionale con la data 1524 potrebbe ricordare una ristrutturazione della chiesa.
All’interno, sulle pareti del presbiterio e nel vano creatosi dietro la parete dell’altare maggiore, innalzata in età barocca, sono riemersi lacerti della decorazione prevalentemente quattrocentesca, di cui narra la visita pastorale del Ninguarda effettuata nel 1593. Sulla parete sinistra del presbiterio si allineano il lacerto tardoquattrocentesco di un Martirio di S. Agata; una S. Lucia firmata dal pittore locale Stefano da Vergosio, tra i più aggiornati in direzione ferrarese e zenaliana, con una datazione al penultimo decennio del XV secolo; un S. Sebastiano parente prossimo del Martirio di S. Agata; la più povera raffigurazione della Vergine tra S. Bernardo e S. Pietro Martire, che il Ninguarda collegava ad un altare; un’analoga S. Lucia acefala. Sulla parete di fondo del presbiterio si intravvedono un S. Sebastiano datato 1482 e inseribile nell’opera di Stefano da Vergosio, come il lacerto di S. Giovanni Battista sul lato opposto; il particolare di un’Annunciazione, con un elegante spezzone di grottesca, che forse sopravvive per intero sotto la ristrutturazione secentesca; un altro lacerto di Santo sotto il Battista.
Sulla parete destra sono visibili una Vergine con S. Gregorio e un lacerto di Santo eremita, entrambi sempre dell’ultimo quarto del Quattrocento.
Da dietro l’altare si può accedere all’antica abside dove è dipinta una Teofania , con un linguaggio che aggiorna forme tardogotiche in formule più plastiche e monumentali. La datazione è vincolata al S. Gregorio sottostante, assimilabile ai modi di Stefano da Vergosio e affrescato nel 1482 su un intonaco precedente a quello della Teofania.
Completano la decorazione un S. Sebastiano, probabilmente di pertinenza di una più ampia rappresentazione, e una Crocifissione attribuita ad Abbondio Baruta di Domaso, pittore attivo nella seconda metà del Cinquecento in zona e in Valtellina.
La riforma secentesca del presbiterio è testimoniata dalla decorazione dipinta nel 1659 da Carlo Pozzo di Valsolda con affreschi e tele, inquadrati da pregevoli stucchi. Sulle pareti dell’arcosolio sono dipinte la Tentazione e la Cacciata dei progenitori, con la Gloria dell’Eterno in stucco. Nel sottarco e sulle lesene sono dipinti Profeti e Angeli (firmati). Sui due lati sono l’altare in stucco della Vergine, sormontato da una tela con l’Annunciazione, e l’altare del Sacro Cuore con una tela raffigurante La Vergine e il Cristo della Passione.
Entro il presbiterio campeggiano le due tele con la Natività a sinistra e l’Adorazione dei Magi (firmata) a destra, affiancate dai Quattro Evangelisti ad affresco. S. Gregorio e S. Apollinare, titolari della chiesa, affiancano l’ancona centrale in stucco che inquadra la tela con La Vergine tra quattro Santi. Sulla volta si succedono la Risurrezione, l’Incoronazione della Vergine e l’Ascensione. L’altare è in marmi policromi.
La grande aula della chiesa ricalca in strutture più recenti il caratteristico assetto quattrocentesco ad archi trasversi.

Sulla sinistra dell’ingresso è situato il battistero a tempietto con stucchi settecenteschi. Nella sacrestia sono conservati un’Adorazione dei Pastori della seconda metà del Cinquecento e uno stendardo con i SS. Gregorio e Apollinare.
Brenzio
Questa frazione, distesa sulle pendici del monte Cortafon, si incontra lungo la strada che risale la valle del Liro e va a congiungersi al percorso diretto al passo di S. Jorio. Il paese ha origini antiche ed è documentato fin dal XII secolo. Alla fine del Cinquecento contava 450 abitanti per 95 famiglie.
Nella parte alta del paese alcune case riportano affreschi sulle facciate, come la Vergine col Bambino, quattrocentesca, e la Madonna tra S. Giovanni e S. Rocco, di pieno Cinquecento, lungo la contrada denominata via Brenzio, che presenta anche portali in pietra e due fontanili con piccole maschere leonine. Più in alto si incontra un oratorio settecentesco diroccato e, ormai al limite dei castagneti, una cappellina con affrescata una Crocifissione settecentesca e con un piccolo gruppo scultoreo raffigurante la Pietà.

Chiesa di S. Giovanni Battista a Brenzio

Consacrata alla fine del Quattrocento, la chiesa è documentata già agli inizi dello stesso secolo. Dell’assetto originario conserva
il caratteristico impianto ad archi trasversi e due affreschi piuttosto malandati: una Vergine tra S. Giovanni Battista e S. Sebastiano, assimilabile ai dipinti quattrocenteschi nella parrocchiale di Consiglio di Rumo, e un S. Girolamo con interessanti citazioni classicheggianti. Il Monti ricordava anche una Madonna sulla facciata datata 1510.
Quando il Ninguarda visitò la chiesa nel 1593, registrò la consueta decorazione absidale con il Cristo in gloria e gli Apostoli; un Crocifisso ligneo, già citato dal Volpi nel 1578, completava l’arredo del presbiterio. Altri affreschi decoravano gli altari dedicati alla Vergine e a S. Gerolamo.
Di grande impegno furono le campagne decorative secentesche. Nella cappella di destra, dedicata al Battista e commissionata nel 1628 dalla Scuola degli emigrati a Palermo, è riportata la firma del Fiammenghino, attivo anche a Stazzona, Peglio, Montemezzo e Gravedona. Recentemente restaurati, gli episodi della Vita del Santo si alternano alle figure di S. Lucia, S. Antonio, S. Apollonia e S. Rocco. L’altare in stucco inquadra la statua policroma del Battista. La cappella è un chiaro esempio della facile vena narrativa del Fiammenghino, ricca di accesi timbri cromatici, particolari decorativi e vivaci gestualità: elementi formali che si addicono ai programmi controriformistici dell’epoca.
La cappella della Vergine, speculare sulla sinistra, sempre commissionata dalla Scuola di Palermo e datata 1628, è pure tradizionalmente attribuita al Fiammenghino. Gli episodi della Vita della Vergine testimoniano la vicinanza ai modi del Morazzone e confermano l’attenzione per le vesti e gli ornamenti. Sulle lesene sono raffigurate S. Margherita e S. Agata, sulla parete di fondo S. Girolamo e S. Carlo. Pregevoli sono gli stucchi di entrambe le cappelle che potrebbero provenire dalla stessa bottega dei Fiammenghini. Interessanti anche i paliotti settecenteschi dipinti su tela e le balaustre in marmi policromi.
Il presbiterio è invece affrescato da un altro morazzoniano, Isidoro Bianchi, con una data ipotizzabile tra il 1639 e il 1640, dopo l’impresa svolta al Santuario dei Ghirli di Campione. Due figure allegoriche affiancano l’arcosolio, sormontato dall’Annunciazione e da un Crocifisso con Angeli in stucco. Nel sottarco sono figure di Profeti. Sulle pareti del presbiterio si susseguono episodi di impronta eucaristica: la Raccolta della manna e la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, sui lati; il Sacrificio di Isacco, il Sacrificio di Melchisedec e il Sonno di Elia, sulla parete di fondo. Sulla volta è la Gloria della Trinità. Alcune scene saranno puntualmente riprese nel successivo ciclo nella chiesa di S. Martino di Pianello Lario.
Notevole è anche l’altare maggiore in stucco e legno dipinto, con tavole di soggetto eucaristico. Completano l’arredo due balaustre in marmo policromo. Una pietra del pavimento riporta la data 1571.
Alla campagna decorativa di questi anni vanno riferite anche le prime lesene, con S. Defendente e S. Sebastiano, e le soprastanti cartelle mistilinee con affrescate scene agiografiche o devozionali.
Da segnalare l’organo ligneo sulla parete sinistra con bella ornamentazione barocca.
Le due prime cappelline riportano sulla volta, tra decorazioni in stucco, le raffigurazioni delle Virtù: in quella di sinistra adibita a battistero è inoltre affrescato il Battesimo di Cristo. L’ambito stilistico di queste opere è ormai settecentesco; di un certo interesse sono anche i cancelli in ferro battuto e dipinto.
Nel pavimento della chiesa sono inserite alcune lastre tombali, per una delle quali si legge la data 1649.
L’iscrizione sul pronao ricorda la fondazione della chiesa nel 1490, evidentemente in riferimento ad una ristrutturazione del tempo, e il rifacimento secentesco nel 1632, a mezzo tra l’intervento decorativo del Fiammenghino nelle cappelle laterali e quello di Isidoro Bianchi nel presbiterio.