Valli di Livo e Lago Darengo

La Valle di Livo prende il nome dall’omonimo torrente che sfocia a lago nella piana alluvionale di Domaso. Oggi la valle vive momenti di crisi dovuti al decremento demografico e alla scarsa possibilità di occupazione, ma può vantare un ricco passato nel corso del quale ha visto svilupparsi una cultura intensa, contrassegnata da una tradizionale produzione agricola e pastorale, da un’architettura originale frutto di regole precise e materiali trovati sul posto, da espressioni artistiche scaturite da una sentita devozione religiosa. Il torrente scorre entro profonde gole boscate e non sempre facilmente accessibili e raccoglie le acque di numerose vallette che diventano impetuose durante il disgelo primaverile o nei periodi di forte piovosità. Talvolta l’irruenza delle acque, unita al dissesto di prati e pascoli abbandonati e alla mancata manutenzione, ha avuto conseguenze devastanti trascinando enormi massi e cancellando ponti come, ad esempio, nel 1987. La vegetazione è quella spontanea condizionata, però, dall’intervento umano che nel corso dei secoli ha modificato l’ambiente per adattarlo alle sue esigenze. L’acidità dei suoli ha favorito in epoca romana l’introduzione del castagno, pianta generosa che per secoli ha fornito legname per attrezzi e costruzioni, legna da ardere, foglie per lo strame delle stalle e per i sacconi su cui dormire, e, soprattutto, un frutto energetico e nutriente, la castagna, che cucinato in tanti modi era uno degli elementi base dell’alimentazione. Qui i castagneti si trovano fino a 1000 metri. Nei fondovalle, sui versanti nord e su quelli ripidi, crescono boschi di latifoglie e sui versanti soleggiati sono presenti boschi spontanei di betulle, Man mano si sale di quota, fino ai 1700 metri, prosperano le faggete. A quote medio alte sono distinguibili le recenti piantagioni forestali di resinose, con preferenza per l’abete rosso e il larice, specie più produttive e meno sensibili ecologicamente. Introdotti o favoriti dall’uomo, crescono in modo sporadico e localizzato ciliegi, noci, pini silvestri. Tra gli arbusti molto diffusi i rovi, le ginestre, la rosa canina, l’edera. La natura riprende il sopravvento salendo verso quote meno agevolmente raggiungibili e ora abbandonate anche dai pastori. Ontani, rododendri, mirtilli prosperano e si dilatano su superfici sempre più ampie una volta destinate al pascolo. Nella Valle di Livo è presente la fauna tipica delle Alpi: cervi e caprioli, che trovano condizioni trofiche e climatiche ottimali, faine, donnole, ermellini, tassi, volpi, marmotte, scoiattoli, lepri. Tra i volatili sono presenti rapaci diurni quali la poiana e il gheppio, rapaci notturni come civette e allocchi e qualche raro gufo reale. A quote elevate quasi tutto l’anno è avvistabile l’aquila reale, così come la pernice bianca e il gallo forcello, mentre si fa sempre più rara la coturnice perché il progressivo abbandono dei pascoli d’alta quota sta cancellando il suo habitat naturale. Risalendo la valle, percorrendo i sentieri, si aggirano o attraversano «monti» spesso silenziosi, quasi fondali abbandonati, scenografie di una vita fatta di intense attività e gesti ieratici che non c’è più. E la sensazione che si prova raggiungendo, dopo la salita che inizia presso il ponte di Dangri, l’abitato di Baggio adagiato su un verde pianoro all’inizio del tratto di valle che prende il nome di Darengo. Un gruppo di case dai tetti grigi di piote e piccole finestre che si aprono nei muri a vista, che fatica a nascondere, dietro l’apparenza idilliaca da presepe, pareti sbriciolate dal tempo, tetti sfondati e muri pericolanti. La sensazione di abbandono è appena mitigata da alcuni interventi di recupero, purtroppo non sempre rispettosi delle forme originarie. Chi ha fiato e forza nelle gambe per continuare lungo il percorso che si addentra nella valle, supera le baite di Borgo e il rifugio di Pienezza e, dopo l’ Avert Darengo si inerpica ripidamente a zig zag su un interminabile costone erboso, potrà godere di uno dei paesaggi alpini più emozionanti: il lago Darengo circondato da una cortina di «alti, scoscesi e nudi monti di pietra granitica» come li definì il naturalista Domenico Vandelli nell’agosto del 1763 nel suo «Saggio d’ istoria naturale del lago di Como, della Valsassina e altri laghi lombardi», dopo essere arrivato qui dopo un viaggio di tre giorni da Cera. Il piccolo lago alpino nel 2001 è stato oggetto dell’ immissione di consistenti quantità di carbonato di calcio allo scopo di contrastare l’eccessiva acidità delle acque che, Fenomeno comune a molti laghi d’alta quota, impediva la sopravvivenza della fauna ittica, in particolare delle trote farlo. Lintervento ha dato i frutti sperati, l’alcalinità delle acque è ora di nuovo compatibile con la vita dei pesci e il ripopolamento effettuato con l’elicottero è andato a buon fine, come testimonia il guizzare di numerose trotelle. Nei pressi del lago, su un piccolo dosso, si può sostare presso la Capanna «Como» (1790 metri), il più antico rifugio costruito dalla sezione di Como del Club Alpino Italiano nel 1892. Ripristinato nel 1925 e ora nuovamente ristrutturato dal Cai di Dongo, il rifugio ha insieme al nome originario quello di Chiesa, in omaggio all’avvocato Michele Chiesa che ne fu uno dei promotori e presidente della sezione di Como del Cai nel 1985.