L’Alta Via del Lario
L’Alta via del Lario è stata ideata e realizzata nel 1980 dalla sezione di Dongo del Club Alpino Italiano che ha ripristinato e collegato vecchi sentieri della tradizionale attività pastorizia o di contrabbando, ha tracciato nuovi tratti per consentire la traversata in quota della catena dei «Muncech». Il punto di partenza dell’Alta via è vicino alla chiesetta di San Bartolomeo (1200 metri), sulle falde del Monte Berlinghiera, e quello di arrivo ai Monti di Breglia (950 metri) sulle pendici della Grana, alle spalle di Menaggio. La massima quota si raggiunge a 2445 metri presso l’intaglio del Monte Ledù. L’itinerario, che si snoda su una quota variabile tra i 1600 ed i 2300 metri, è riservato a camminatori allenati ed esperti. Infatti, pur non presentando significative difficoltà alpinistiche, attraversa vallate selvagge, non facilmente e velocemente accessibili dai centri abitati, poco servite di strutture dove sostare o trovare riparo. L’escursione è consigliabile nel periodo compreso tra giugno ed ottobre, quando anche i versanti nord sono liberi da neve e ghiacciaLa prima tappa, la più impegnativa, va da San Bartolomeo (1200 metri) alla Capanna Como (1790 metri) e prevede un tempo medio di percorrenza di 10 ore per 16,2 chilometri. Si può spezzare questo tratto in due, pernottando al bivacco Enrico Petazzi (attrezzato nel 1985) presso il Lago Ledù. La seconda tappa di 15 km va dalla Capanna Como al Rifugio Giovo (1709 metri) in circa 9 ore di cammino. L ultima, in circa 8 ore, raggiunge i Monti di Breglia a quota 959 metri ed è la più lunga, ben 22,3 lsm, ma il suo andamento è meno tormentato svolgendosi in un ambiente ormai prealpino, meno selvaggio delle prime due. Nei primi due tratti il paesaggio è quello aspro e severo dell’alta montagna: roccette, sfasciumi, placche, pietraie coperte di licheni si susseguono a sottili zone erbose, magri pascoli e cespugli di rododendro. Si procede lungo la cresta o alla base di pareti a strapiombo, lungo passaggi spesso obbligati, sentieri per capre, che una volta collegavano tra loro gli antichi alpeggi. Non è inusuale sentire l’acuto fischio di qualche beli esemplare di marmotta che se ne sta di vedetta su un sasso o scorgere qualche cervo o capriolo. Il percorso è di grande interesse naturalistico e paesaggistico dove alla suggestione di un ambiente selvaggio e incontaminato si sommano le emozionanti visioni panoramiche sul lago e sulla corona alpina. Talora offre, inaspettatamente, oasi di diversa suggestione come i piccoli laghi glaciali: il Ledù (2246 metri) che appare all’improvviso, limpido e rossastro, una volta superata la Bocchetta del Cannone (percorsa da tempo immemorabile dagli alpigiani di Livo e del Chiavennasco), il Cavrig (2188 metri) «immobile e cupo» in cui si specchia l’imponente mole del Cavregasco (2533 metri) la cui parete nord ovest, con i suoi 500 metri di sviluppo verticale, è la più alta parete rocciosa della zona, il Darengo (1781 metri) contornato da uno spettacolare anfiteatro granitico davanti al quale l’occhio si perde fra pilastri, torrioni, campanili, elegantissime guglie come quelle del Pizzo Gratella (2230 metri) e del Pizzo Campanile (2459 metri), i due laghetti di Roggio (1995 metri) dall’acqua limpidissima adagiati in un ripiano glaciale sotto la Bocchetta di Stazzona (2123 metri – Bocchetta di Lago per le carte svizzere). Come già accennato, la terza tappa si svolge in un ambiente meno aspro. I sentieri sono più evidenti e si snodano fra facili creste, pascoli e declivi erbosi, gli alpeggi si susseguono a intervalli regolari, verdi conche (come Piazza Vachera o le Zocche di Gino) sono disseminate di stagni fino a stagione inoltrata. Le vallate sono più dolci e percorse da mulattiere, i rifornimenti d’acqua freschissima sono più frequenti e agevoli, come quello reso possibile dalla Fontana dell’ Erba Liva (1920 metri) che si incontra dopo aver aggirato il versante occidentale del Monte Bregagno. Anche in questo tratto dell’Alta via non mancano panorami mozzafiato come quello che si può ammirare alla Sella di Sant’Amate (1617 metri) il cui nome si rifà al San Mamete venerato in Valsolda, dove sorge l’omonima chiesetta, o dal Rifugio Menaggio.