La Val Varrone
La Valle del Varrone è, con quella della Troggia, la parte più alpestre della Valsassina. Osserva Fermo Magni nella «Guida illustrata della Valsassina» che «i monti che dividono il bacino del Varrone dalla Valtellina costituiscono la catena più elevata della Provincia di Lecco. Di qua e di là si aprono le convalli percorse da torrentelli che, se spesso attraversano morbide conche nella parte superiore e colli boscosi e fioriti, scendono poi per le gole oscure e precipiti al fondo selvaggio della Valle». Racconta ancora che «le comunicazioni erano molto difficili col Lago di Como, perché anche il corso del Varrone, che è tutto più profondo di quello della Pioverna, nella parte inferiore è così roccioso e difficile, che non pareva dovesse lasciar adito mai. Invece durante l’ultima guerra (si riferisce alla prima guerra mondiale, 1915-18) il genio militare aperse una bella via di comunicazione, in modo che ora è facile percorrere la Valle per tutto il suo corso, dalle sorgenti alla foce». E dopo aver spiegato che «i villaggi sono tutti sulla destra, sul declivio del monte, alti, aggrappati al ripido pendio; qualche breve ripiano intorno, case rozze addossate le une alle altre, divise solo da lunghe scalee e da oscuri angusti passaggi», viene alle presentazioni: «Ecco Premana eccelsa, Pagnona che sorride dal suo breve acrocoro, Aveno oscuro e angusto, Tremenico col sorriso dei suoi frutteti, Introzzo dalle case di pietrisco, caratteristiche e pittoresche, Sueglio solatio, Vestreno che, appiattato in una piega della montagna, non ardisce affacciarsi sull’orlo, alla vista del lago e del mondo».
Ai margini dell’abitato di Vestreno, che negli ultimi anni ha avuto una significativa espansione di edilizia residenziale, sorge la chiesetta di San Giacomo. Sul suo campanile si trova la «campana di San Carlo», una di quelle che il cardinale Borromeo consacrò per la chiesa parrocchiale di San Martino di Mont’ Introzzo. San Martino è il titolare della trecentesca parrocchia di Mont’ Introzzo che riunisce le tre comunità di Introzzo, Sueglio e Vestreno intorno ad un’unica chiesa. San Carlo salì sul campanile per consacrare le campane ma la torre campanaria d’oggi non è più quella del Cinquecento; una delle campane d’allora però continua a suonare a Vestreno. Dalla strada che passa vicino alla chiesa di San Martino, si può avere una visione interessante della stretta e profonda Valle del Varrone, scura di boschi, sia nella parte che scende verso il lago a Dervio, sia nella parte che sale verso Tremenico, sulla quale incombe il Monte di Muggio. Il campanile di San Bernardino a Sueglio, staccato dal corpo della chiesa, si alza tra vecchi tetti «piodati». L ingresso alla stessa chiesa è preceduto da un piccolo, raccolto sagrato, fra un intreccio di vicoletti, per lo più a gradinate, la più parte rifatte in cemento. Così come rifatte, spesso con gusto discutibile, sono le baite a gruppi o isolate fra i prati e i pascoli della pendice che sovrasta Sueglio, verso il Legnoncino. Fortunatamente l’ambiente naturale è di una serena bellezza. In alto, un passaggio attraverso il bosco accompagna sul versante che si apre sopra l’Alto Lario, verso Sommafiume. Quando si sbuca a Sommafiume, ti aggredisce un’immagine grandiosa e severa: Colico, l’Adda, il Pian di Spagna, il Mera, il laghetto di Mezzola, la barriera alpina. Introzzo è l’altro vertice del triangolo che ha in basso Vestreno e in alto Sueglio e in mezzo la chiesa comune di San Martino. Pure Introzzo ha la sua vetusta chiesetta, dedicata a Sant’ Antonio. Più in alto, fra i lanci, quello che era l’Alpe di Lavadè è oggi un centro turistico residenziale sulla strada per i Roccoli Lorla. Sopra la sella fra Legnoncino e Legnone sorge il rifugio dei Roccoli Lorla. Oltre un secolo fa Antonio Balbiani vi trovava «una bella casina, per comodo di caccia, del Lorla di Bellano, che lassù gode le delizie d’una villa alpina, a cui non manca neppure un laghettino». Tremenico chiude il Monte di Dervio o d’ Introzzo. Lo svelto campanile della parrocchiale di Sant’ Agata si eleva sopra i tetti, mentre all’inizio del paese sorge un oratorio dedicato a San Carlo: sulla facciata, preceduta da un’inconsueta scalinata sali-scendi, è scritto l’ anno della costruzione, il 1624, vicino al tempo della canonizzazione del Borromeo. Nella parte alta di Tremenico si trova un gruppo di antichi rustici, «un paese sopra il paese addirittura», chiamato Fenile, vocabolo trovato usato in un documento del 1498. Di là dalla valle, di fronte a Tremenico, è il Monte Lentrée, da decenni in totale abbandono perché non è rimasto più nessuno a sopportare la fatica di scendere in Fondo alla valle e passare il Varrone per rimontare il versante opposto. Vicine alle baite sono le miniere di Feldspato aperte nel 1907 da Abramo Rusconi. Aveno, frazione di Tremenico lungo la strada, ha conservato intatti i caratteri d’un tempo lontano. Qualche secolo ha pure la chiesetta dell’Assunta. Il primo Borromeo nella sue peregrinazioni apostoliche non ha trascurato l’impervia strada della Val Varrone. Presso Introzzo c’è la «valle del Cardinale», così chiamata in ricordo di un brutto bagno toccato a San Carlo che venne lasciato cadere nel torrente ingrossato da un Domenico Vallinello mentre lo «traghettava» sulle spalle.
Poverissima ai tempi di San Carlo era la chiesa parrocchiale di Sant’ Andrea in Pagnona. L’arcivescovo vi lasciò in dono il suo piviale, conservato ancora come una reliquia. L’acrocoro di Pagnona «sorridente», come il Magni definiva questo villaggio antichissimo, all’ ingresso era custodito da una poderosa torre: «Pagnona è villaggio antichissimo, come attestano le tombe e gli oggetti di ferro e di bronzo ivi scoperti, simili a quelli che furon trovati a Pasturo, a Introbio, a Casargo.
Il posto che guardava la Valle del Varrone da questa parte, era custodito da un poderoso forte, all’ ingresso del paese, laddove ancora si dice La Torre, in cima al profondo Vallone delle Contolegie. Gli avanzi della torre sono stati ridotti a casa d’abitazione».
La forma dell’edificio è il risultato, nelle sue varianti locali, di un affinamento millenario della risposta costruttiva alle condizioni ambientali. La piovosità e la nevosità dell’ area alpina non potevano che dare luogo alla configurazione della copertura a due falde: è questa la costante fondamentale di tutti gli edifici, indipendentemente dalla loro destinazione d’ uso. Alla risposta climatica si aggiunge poi una serie complessa di risposte funzionali alle specifiche attività di vita e di lavoro del contadino alpino. Dalla varietà di queste risposte deriva la configurazione diversificata della casa e del rustico (stalla fienile), del forno e del mulino, della baita e della malga, della cappella e dell’edicola votiva, come di ogni altro edificio minore. Ciascuno di essi, sotto la copertura a due falde, adatta, con processi lenti ed irreversibili di perfezionamento tipologico e morfologico, il corpo di fabbrica alle forme della vita e ai cicli del lavoro della famiglia contadina realizzando con la pietra e con il legno organismi funzionali tanto elementari quanto perfetti. Le forme di vita sono quelle della famiglia contadina impegnata per la sua sopravvivenza, fortemente radicata nel luogo, partecipe di una cultura materiale omogenea e diffusa, intimamente adattata alle condizioni ambientali, consapevole delle leggi di una sfida estrema con la natura. Da queste forme di vita assume forma la casa costruita attorno al focolare. I cicli di lavoro derivano di conseguenza e rappresentano per intero l’economia autarchica e di sussistenza dell’ azienda agricola. È il ciclo del latte che comincia con il fieno del prato e finisce nella zangola del burro, dando forma al fienile e alla stalla. È il ciclo del pane che comincia nell’ impervio campo dei cereali e finisce sul tavolo domestico, dando forma al granaio, al mulino e al forno.