Chiesa dei Ss. Eusebio e Vittore

La chiesa di s. Eusebio di Peglio è collocata sopra un poggio discosto dai paese e in posizione eminente con un estesissimo panorama. Fu eretta in parrocchiale nel 1461 ed è ben nota in pergamene del medesimo secolo (AP. Peglio). La chiesa del sec. XV fu demolita all’inizio del 1600: non ne resta il ricordo che negli Atti di visita del Nin­guarda (1593) e in alcuni pochi elementi superstiti. Il Ninguarda vi riconosce la facciata tutta dipinta di rosso con l’immagine « alquanto vecchia » di s. Eusebio; nel­l’interno quattro archi a sostenere il soffitto di larice, la cappella maggiore dipinta « con molte imagini di molti santi », la cappella di s. Antonio con i fatti della vita del santo, quella dell’Assunta con l’Assunzione della Vergine, gli Apostoli e diversi altri santi « di bella pit­tura », quella di s. Biagio con le immagini della Ver­gine ed i ss. Biagio, Vittore, Gregorio e Bernardo, quella di s. Nicolao con un’ancona in legno. A completare la descrizione del Ninguarda rimane un portico esterno con un altare tuttora superstite; il portico è basso, su grossi pilastri poligonali in cotto, chiuso verso la valle da muro. Contro di esso tra due finestre è un altare inquadrato dall’arco del portico. Sulla parete che ne risulta, purtroppo in balia del vandalismo di insensati visitatori, domina una stupenda Natività cinquecente­sca, non firmata nè datata: alla nota scena si aggiungono i ss. Sebastiano e Rocco inginocchiati a lato, un S. Giovannino con a fianco un angelo in adorazione vi­cino al Bimbo, ed i pastori di sfondo: concezione ge­niale e vivace, disegno sicuro, che rivelano capacità di magnifico artista: non si saprebbe a chi riferirlo e nem­meno si riscontra la medesima mano in altri lavori della zona. Su questo muro sotto gli altri archi sono a sinistra una Crocifissione, Deposizione e Risurrezione molto ro­vinati di autore scadente e sulla destra, un poco mi­gliori, Madonne col Bimbo, di cui una tra i ss. Lucia, Rocco e Sebastiano: il Bimbo regge in mano il mondo sormontato dalla Croce, motivo poco comune, che si ri­pete solamente in uno dei tanti affreschi del vicino s. Giacomo di Livo. Nella volta del portico, molto ben con­servati, sono vari medaglioni coi fatti della creazione di Adamo ed Eva e dell’infanzia di Gesù, tutti collegati da disegni ornamentali e putti che fan pensare al mede­simo autore della volta del pronao di s. Giacomo di Livo. Attorno alle volte e alle pareti corrono fasce a frutti e fiori. Esternamente al portico, verso il sagrato è affre­scato un bello stemma tra ornati simili a quelli della volta: nel campo troncato porta inferiormente un biscio­ne visconteo e superiormente una grande basilica a tre navi sormontata da tiburio poligonale su cui sventola una lunghissima fiamma con croce rossa in campo bianco. Nel 1607 la chiesa, come risulta dai registri parroc­chiali, venne rifatta ad una nave e sette altari; è ora pre­ceduta da altissimo pronao su quattro colonne ed è note­vole, oltre che per la posizione, soprattutto per le pit­ture che la ornano. Il Fiammenghino tra il 1615 e il 1625 vi dipinse le sue opere più famose per l’arte e per le leggende che intorno vi sorsero (v. cap. VII, Grav.). Nell’abside dell’altar maggiore s. Eusebio al concilio di Milano davanti all’imperatore Costanzo II e il me­desimo santo lapidato, a destra entro un’area di otto braccia il Giudizio universale, a sinistra nelle mede­sime dimensioni l’Inferno, opera quest’ultima che mag­giormente colpisce per l’impressionante efficacia, la vi­goria della concezione e la teatralità un poco barocca. Sotto la volta otto medaglie in cui sono notevoli l’Eter­no Padre, la Vergine incoronata e la discesa dello Spirito Santo. Nel presbiterio i Dottori della chiesa e otto pic­cole medaglie in sanguigno con scene dell’Antico e Nuo­vo Testamento; sui pilastri i martiri Stefano e Lorenzo. Nella cappella del Crocifisso sono i principali fatti della Passione, pure del Fiammenghino, ma nonostante essi siano firmati (agosto 1615), pure la sua mano fu riconosciuta solo nei pilastri, nell’arcata e nell’esterno, oltre ad un Cristo morto nell’interno. Nel Battistero, un poco rovinato dall’umido del vicino campanile, è il Battesimo di Gesù tra l’infermo nella piscina e la Pre­dicazione di s. Giovanni: tra gli uditori del Battista il Fiammenghino dipinse se stesso in abito spagnolesco; nell’alto della cappella la prevaricazione di Adamo ed Eva. Sul fonte battesimale è scolpita la data (1556), per cui esso proviene certamente dal precedente edificio della chiesa. Nella cappella di s. Antonio i dipinti, pur essendo buoni, lasciano qualcuno dubbioso circa il loro autore, mentre in quella vicina di s. Carlo si torna ad ammi­rare con sicurezza l’opera del Della Rovere in molti episodi della vita del santo arcivescovo, parte dipinti a fresco e parte ad olio; il quadro della processione di s. Carlo è firmato nel 1625. Si attribuiscono a lui anche le imposte che chiudono l’organo (il trasporto dell’arca, la danza di Davide, i ss. Eusebio e Vittore). La cappella del Rosario è di Giovanni Valerio, ma le lesene e l’arcata con i fatti della Sacra Scrittura allusivi alla Vergine sono del Fiammenghino. La cappella di s. Giuseppe è del comasco Rodriguez (1754); il qua­dro d’ancona, che rappresenta il Transito del santo, si vuole venuto da Palermo ed è attribuito al pittore Pe­trini. Anche all’esterno di questa cappella il Fiammen­ghino affrescò le scene di Giona e di Davide con Gia­cobbe. L’interno della cappella di s. Rosalia è del Carac­ciclo da Vercana, il quadro d’ancona della santa del Guercino da Cento o sua scuola, ma all’esterno sono del Fiammenghino la Regina di Saba alla corte di Salomone ed il sacrificio di Abramo; sono suoi anche il roveto di Mosè ed i Profeti Abacuc e Daniele all’esterno di quella di s. Carlo. Gli Apostoli e la Via Crucis sono di Alessandro Val­dani intelviese (1765), e così pure il macabro trionfo della morte sull’ossario del sagrato della chiesa. Il gran­de torreggiante altare di legno dorato, ricco di intagli e statuette è opera squisita di Simone Berti ed Antonio Scherino (1635). In legno intagliato a ricchi motivi è pure il cancello della balaustra. In sagrestia una tela della Madonna col Bambino al collo è attribuita a Bernardino Luini, ma va più pro­babilmente riferita a suo figlio Aurelio, che lavorò a Montemezzo (v. cap. IV, 55) od alla sua scuola : v’è pure una Immacolata del milanese Gian Maria Legnani. Esternamente alla chiesa sul muro a monte del ci­mitero, è una semplice rozza Madonna col bimbo in un antico affresco, e altro simile è nell’interno della casa parrocchiale. La chiesa di Peglio conserva una croce ostile di no­tevole interesse ed altri oggetti sacri. La croce (m. 0,54 X 0,38) d’argento dorato, molto ricca e contornata da 21 palle d’argento porta sul diritto un Crocifisso al centro, ed attorno i busti della Maddalena, dell’Addolo­rata, di Maria di Betania e del pontefice allora regnan­te; sul rovescio il Redentore benedicente al centro, e ai quattro lobi i simboli degli Evangelisti; sul nodo esa­gonale sei specchietti a smalto (s. Pietro, s. Paolo, s. Stefano, la Vergine col Bimbo, s. Giuseppe e la santa palermitana Rosalia). Circa l’autore della croce, come per quella analoga di Livo (v. cap. IV, 16) i pareri sono discordi, e v’è chi vorrebbe attribuirla a Ser Gregori di Gravedona e chi la crede importata da Palermo insieme con altri oggetti e cioè paramenti sacri, un grande busto di s. Rosalia in rame dorato (alt. m. 0,60), un turibolo esagonale in ar­gento con torricelle, bifore e cuspide gotiche, una na­vicella pure in argento lavorato con quattro figure, co­perchi terminanti a testa di drago e gambo a bifore go­tiche: tutti quanti questi oggetti si dicono per tradizione importati dalla Sicilia e i due ultimi sono particolar­mente pregevoli.