Chiesa di San Vincenzo
La zona di s. Vincenzo e di s. Maria del Tiglio è certamente una delle più caratteristiche anche della moderna Gravedona, nè la chiesa plebana, tuttora parrocchiale del borgo, può essere dissociata nella visita dalla vicina s. Maria. Località storica questa, nel breve ripiano appartato tra il verde sagrato e la sponda del lago e dei monti più lontani; in essa echi del culto pagano, testimonianze del Cristianesimo primitivo, e la grande tradizione plebana del santo patrono, frammenti rozzi e dispersi e insieme la visione della grande arte romanica dei Maestri Comacini, in uno dei loro più nobili capolavori. La stessa tradizione popolare suggerisce che il luogo era sacro già da più di due millenni alla religione e al culto; infatti nella cripta di s. Vincenzo, che il popolo addita come tempio pagano, si mostra ingenuamente ancora il punto del pavimento dove sarebbe stato versato il sangue delle vittime agli dei, e ancora è ripetuto il fatto di uno sfondamento casuale del sagrato che avrebbe messo in luce i muri di un edificio antichissimo: in realtà che nelle fondamenta delle attuali basiliche e nei dintorni si celino ancora residui murari di antichi sacelli pagani non è opinione azzardata, per la stessa presenza di are, di capitelli e di colonne trovate sul posto (v. cap. III, 3). Dell’età paleocristiana, oltre il ritrovamento della lapide di Agnela e di Honoria (v. cap. III, 4) che attesta l’esistenza di primitive sepolture cristiane, ritorna l’eco nel ricordo della chiesa di s. Giovanni Battista: la cogliamo anzitutto negli Annali di Fulda, all’anno 823, dove si ricorda un miracolo in essa avvenuto e che ebbe grande risonanza anche alla corte di Franconia: un affresco dell’Adorazione dei Magi, dipinto nell’abside e quasi sbiadito per la sua antichità, brillò per due giorni di tanta luce da vincere in splendore una pittura che fosse stata allora eseguita. Si poteva dunque trattare di un affresco molto antico, che farebbe pensare ad un edificio sacro di età longobarda, fosse un Battistero, come potrebbe supporsi anche dalla sua dedica a san Giovanni Battista; la voce popolare che attribuisce alla Regina Teodolinda il più recente edificio di s. Maria potrebbe così trovare un più reale fondamento. Sono attribuite con grande probabilità a questo edificio cristiano di s. Giovanni Battista l’architrave della porta principale di s. Maria, colle tracce dei battenti e dei perni di quando serviva da stipite alla porta originaria, e i sette rozzi bassorilievi incastrati nella facciata di s. Maria (il sagittario, il cervo ferito, il serpente, il nodo quadrato, una testa umana, ecc.), che forse appartennero al parapetto del coro o dell’ambone. Ruderi in ciottoli di fiume con malta rosa sarebbero venuti in luce in scavi occasionali nel 1875, sul fianco destro del coro di s. Maria verso il lago, e qualcuno parla anche di una colonna, ora scomparsa, con l’iscrizione amen del V-VI secolo. Quando sia sorta poi la chiesa plebana di Gravedona che vediamo intitolata a s. Vincenzo, i documenti non dicono: solo un primo atto di donazione del 931, fatta alla congregazione plebis Gravedonae, che si conserva tuttora gelosamente nell’archivio parrocchiale e che fa menzione di numerosi preti, diaconi, e chierici della pieve, dimostra come fosse nel X sec. già fiorente quella congregazione plebana, il che indica pure la sua antichità, e fa supporre anche che, accanto alla « pieve » sorgesse già allora una canonica, dove i chierici, secondo il costume, facevano vita comune sotto la guida dell’arciprete. Questa canonica è ora scomparsa, ma rimase il ricordo in molti documenti dei secoli XIII e XIV e nella tradizione orale (Via alla Canonica, ora via Roma). L’attuale basilica di s. Vincenzo fu dedicata la prima domenica di settembre del 1072; come essa appariva ancora nel sec. XVI lo dice il testo della visita pastorale del vescovo Ninguarda (1593): tre navate con soffitto a capriate scoperte, voltate solo nella cappella dell’altar maggiore, una porta nella facciata e due laterali, di cui una vicina all’abside maggiore. Sopra l’ingresso principale nell’interno una tribuna che abbracciava le tre. navate e si protendeva fino alle colonne, ricevendo luce dalle prime finestre laterali (tuttora esistenti) più alte delle altre. Tre altari erano nelle tre absidi di fondo e un altare a s. Michele sulla tribuna; il pavimento al tempo del Ninguarda era più basso del terreno circostante attuale, prova anch’essa dell’antichità della chiesa; si alzava sotto l’altar maggiore per dar luogo ad una cripta (a pianta quadrata con tre absidi sporgenti), in cui si scendeva dalla destra del presbiterio, e che, al tempo della visita del Ninguarda, era invasa dalle acque del lago, il che accade spesso tuttora. Il Ninguarda accenna ancora all’esistenza di pitture piuttosto rovinate nelle cappelle dell’altar maggiore e di sinistra, questa dedicata a tutti i santi, e di una « antichissima » icona, dedicata a s. Pietro sopra l’altare di destra piccolo e vecchio », alla presenza di un pulpito antico a metà chiesa, dal lato del Vangelo e al cattivo stato del soffitto e delle finestre. Di più egli non dice, ma le sue scheletriche note danno ancora vita alle linee nude ed austere di quella basilica. Essa fu malauguratamente deformata nel 1600, in cui si alzò tutto il pavimento della chiesa, si abolirono le tre navi innalzando le pareti esterne, cosicchè la chiesa assunse l’aspetto attuale ad una sola navata con cappelle ai fianchi; le si aggiunse poi un nuovo presbiterio, più stretto della chiesa e di forma parallelepipeda, che mutilò la cripta delle tre absidi e di una fila di colonne tutto attorno, per cui le fu tolta la comunicazione con la chiesa soprastante. Nel 1627 fu costruito l’oratorio detto di s. Michele, fu ultimata la sagrestia ed infine eretto il secondo oratorio, già della confraternita di s. Marta; nel 1726 si racchiuse il sagrato con tre ali di portico addossato alla facciata, con effetto non sgradevole malgrado il sacrificio della facciata dell’antica basilica. Quanto di questa rimane ora conferma la descrizione del Ninguarda e in parte la completa: nei fianchi sono incorporate le due pareti esterne delle navate laterali in pietra di Moltrasio, coronate da archetti a tutto sesto nei quali vengono impiegati irregolarmente tufo e frammenti di mattone, e interrotte da cinque piccole finestre a sguancio, ora otturate e separate da lesene di numero e distanza irregolare; nella parte destra sono tracce di una seconda fila di archetti e della porta laterale primitiva, a tutto sesto, notevolmente più bassa del terreno circostante. Questo livello più basso del pavimento, le linee architettoniche più povere di quelle di s. Maria del Tiglio, l’esecuzione più grossolana di tutto l’assieme, l’irregolarità della simmetria ed infine l’impiego del tufo e di scarsi e piccoli elementi di cotto denotano un’esecuzione di tempi poveri e confermano per s. Vincenzo nei confronti di s. Maria una maggiore antichità. Esternamente lungo la parete sinistra, è adagiata a formare sedile una lunga pietra squadrata, che proviene probabilmente da uno degli stipiti dell’ingresso principale.
L’attuale presbiterio doveva aver lasciato in parte visibili esternamente le absidi sinistra e mediana della cripta, poiché il Barelli ne sollecitò la conservazione, purtroppo inutilmente, quando nel 1875 si abbassò il terreno attorno, nella stessa occasione in cui vennero in luce l’ara romana che si addossò alla scala esterna di s. Vincenzo e gli avanzi forse della chiesa di s. Giovanni; ora sporge dall’interramento solo una parte dell’archetto di una finestra.
Alla cripta ora dedicata a s. Antonio, l’unica parte rimasta, se pur mutilata, nella sua struttura originaria, si scende dalla sagrestia in corrispondenza della antica navata di destra, e per una scala esterna che occupa il posto di quella di sinistra. La cripta quadrata nella sua struttura primitiva, con sei file di colonne e terminata da tre absidi, venne rimpiccolita nel 1600, in cui furono murate le absidi addossandovi un altare e tolte su ogni lato due file di colonne; da questa variazione deriva forse la curiosa leggenda, ancor viva tra i Gravedonesi, che le colonne di questa cripta non si possano contare. Tali colonne, varie di tipo e di altezza, e alcune frammentarie, portano capitelli lavorati rozzamente ad unghioni scanalati agli spigoli; uno con una fascia ad intreccio, un altro con un nodo quadrato simile ad una scultura inserita ora nella facciata di s. Maria, un altro con foglie accartocciate, rozzi caulicoli, croci a doppie volute ed abbachi meschini, quasi arieggiando goffamente allo stile corinzio, ed accostabile, come dice il Monti, a capitelli di s. Satiro a Milano. Verso il centro primitivo due colonne sono sostituite da altre massicce in muratura, che dovevano prolungarsi nella chiesa soprastante a sostegno degli archi della navata (sopra una di esse un rozzo affresco abbastanza ben conservato con una figura di grandezza naturale), mentre là dove si aprivano le absidi erano due pilastri con colonne a fascio. Abbandonate a terra o usate per i gradini della scala che sale alla sagrestia sono alcune pietre scolpite a fogliami od intrecci, probabili avanzi dell’ambone della chiesa soprastante; una pietra circolare nel pavimento è scolpita nel medesimo modo. La chiesa attuale presenta ora, oltre le epigrafi di Agnela e Honoria (v. cap. III, 4) sotto al pulpito, alcune grandi tele nel coro (Apoteosi di s. Vincenzo tra due scene del martirio): quella di sinistra, firmata da un Michael Angelus Blotus, è datata al 1735; nella porticina del tabernacolo un dipinto su rame (Deposizione), per cui si osa fare il nome di Guido Reni; gli affreschi dell’abside sono di Carlo Scotti di Laino e gli altri del coro e della chiesa di Luigi Tagliaferri di Pagnona (1889); nella sagrestia, armadi barocchi intagliati di buona architettura con statue e putti, opera di Ant. Raffi. Falillela. S. Vincenzo non ha campanile, nè lo ebbe al tempo del Ninguarda.
S. Maria del Tiglio è ricordata per la prima volta in una pergamena del 1154 e poichè la sua maggiore perfezione artistica e il livello del pavimento la fanno ritenere posteriore a s. Vincenzo, così si deve supporre costruita dopo il 1072 e prima del 1154. Circa l’appellativo « del tiglio », esso si trova usato per la prima volta negli atti della visita del Ninguarda (1593) e nei registri parrocchiali da allora in poi. Nel’600 il suo nome si alterna in essi con quello di s. Giovanni Battista e sempre si aggiunge ad entrambi il titolo di ecclesia baptismalis; quanto ai rapporti tra il s. Giovanni e s. Maria è da notare che l’altar maggiore di s. Maria cogli affreschi relativi è dedicato appunto al Battista, e che, come si è detto, il s. Giovanni, poi distrutto, poteva essere usato come battistero. Il problema della fondazione di s. Maria si ricollega appunto alla questione battesimale, se cioè essa sia sorta a sostituire un battistero primitivo di s. Giovanni o se ne sia indipendente. Il fatto poi che essa, come vedemmo, abbia funzionato come battistero risulta da atti della visita pastorale del vescovo Volpi (1575), e da quelli del Ninguarda, confermati in un registro parrocchiale del ‘600; l’uso attuale della chiesa è limitato alla funzione battesimale. Potrebbe creare un ostacolo alla teoria di tale origine battesimale di s. Maria l’esame della pianta della chiesa; essa infatti è quadrata, con absidi e campanili, concepiti come parti intrinseche della costruzione originaria; inoltre parrebbe si dovessero distinguere nella pianta due diverse concezioni architettoniche, una nella prima parte dal portale di ingresso fino ai due emicicli, l’altra nel resto della chiesa. Un altro ostacolo può essere dato dalla presenza di canonici e chierici ordinari di s. Maria in documenti del 1154 e del 1179, il che farebbe supporre una funzione plebana e non solo battesimale per s. Maria. La questione, pure interessantissima, rimane insoluta in attesa di quegli scandagli nel sottosuolo che per molti rispetti sarebbero desiderabili. La chiesa è, come s. Vincenzo, orientata da E. ad O., secondo la più antica simbologia cristiana; esternamente rettangolare coll’aggiunta di tre absidi semicircolari sui tre lati; nel centro della facciata il caratteristico campanile nella base del quale si apre il portale maggiore a tutto sesto e sguancio, arricchito da nervature variamente profilate. Altro portale simile, ma di minori proporzioni, è nel fianco destro, seguito da una porticina ora murata. Nessuna finestra nella facciata; una molto grande nel muro di fondo al piano superiore, e cinque piccolissime, di cui tre nell’abside, a piano terreno; due su ogni fianco e due oculi tondi nelle absidi laterali; tutte quante a sguancio con nervature e cordoni come nei portali. L’armoniosa semplicità di queste linee d’assieme è completata da una decorazione misuratissima: le pietre perfettamente squadrate s’alternano a strati orizzontali bianchi e neri (marmo di Musso e pietra di Olcio), interrotti in linea verticale da sottili bande murali che corrono per tutta l’altezza dell’edificio dallo zoccolo di base, nettamente profilato, fino agli archetti che coronano i muri; nelle absidi, alle bande murali, si sovrappongono esili colonnette. La fascia di archetti a tutto sesto, a doppio archivolto nelle absidi, poggia su robuste mensole negli intervalli delle nervature ed è sormontata da un’altra fascia a piccoli dentelli. Nel timpano che si eleva sopra la parete dell’abside e in quello opposto sulla facciata, che incorpora il campanile, la policromia perde la sua regolarità, gli archetti si fanno in parte a sesto acuto e la fascia a dentelli scompare: conseguenza forse d’un rifacimento posteriore, dovuto ad un incendio dei tetto a capriate; irregolarità rappresentano pure le pietre figurate della facciata. Le lunette e le cordonature dei portali presentano affreschi quattro-cinquecenteschi, ora quasi scomparsi. Il campanile è la parte più interessante dell’edificio e tradisce probabilmente influssi d’oltralpe: nel bel mezzo della facciata, aperto in basso dal portale, forma conla sua base il pronao della chiesa. La parte inferiore quadrata, sporgente dalla linea della facciata, e di esecuzione perfetta nella policromia delle sue pietre bianche e nere, disciplinata da tre cordonature con archetti che rivelano i piani interni corrispondenti, salvo le irregolarità da rifacimenti già osservate nel timpano; la parte superiore, ottagona a lati disuguali, è di fattura più grossolana nel taglio e nella disposizione delle pietre non più a colori alternati; ha cinque piani, pure rivelati esternamente da archetti e dentelli, ed è illuminata nei settori più bassi da feritoie che appaiono anche nella parte quadrata, nei più alti da bifore o trifore; il quinto piano è circolare con nervature a colonne e pilastri alternati. Le ragioni del mutamento della torre da quadrata in ottagona appaiono più chiare nell’interno, dove risultano originariamente quadrati e poi trasformati i due primi piani dell’ottagono, che contengono nell’interno quasi un’anima quadrata che si continua anche nei piani superiori con bifore e trifore corrispondenti a quelle dell’involucro esterno. E’ stato forse necessario consolidare la costruzione in seguito ad oscillazioni? O si è trattato di due fasi successive della costruzione? Oppure è intervenuto un mutamento nei criteri estetici degli architetti? Certo è che la parte ottagona pare sia, pur di poco, posteriore nella sua concezione e nella sua esecuzione alla parte quadrata. Le piramidi sovrapposte al campanile sono invece un’aggiunta barocca, e barocca è la cupola e parte della cella campanaria, in cui almeno le colonne furono rifatte; le campane fuse in Gravedona nel 1792, dal bel timbro grave e pieno, servono anche a S. Vincenzo. L’interno, tolte le sporgenze del campanile e delle absidi ed il diverso spessore dei muri, si riduce a pianta quasi quadrata (m. 12,63 X 12,15). A chi s’affacci dal vestibolo, costituito dalla base del campanile, subito si impone la grandiosa semplicità dell’assieme: pareti nude sotto nude capriate scendono da molti metri d’altezza alternando variamente il bianco ed il nero delle pietre lisce; unico ornamento nell’alto delle pareti laterali è un loggiato a colonnine ed archi a tutto sesto che poggia sopra un sistema di colonne e di archi staccati dalla parete, con un procedimento rarissimo in una chiesa lombarda. Ciascuna delle due pareti laterali è, in corrispondenza con l’arco centrale, sfondata in un’abside semicircolare con un oculo al centro. L’abside maggiore appare nell’interno suddivisa in tre minori absidi semicircolari, separate da due colonnine che ripetono il medesimo motivo di quelle delle absidi laterali. A ciascuna di queste absidi corrisponde una piccola finestra a sguancio, sicchè la luce alla chiesa proviene quasi totalmente dall’alto attraverso le cinque finestre superiori. Nessuna particolare decorazione, neppure alle finestre, ma solo superfici lisce, perchè in origine su di esse dominava nella parte più bassa la pittura, di cui rimangono ancora tracce mal conservate su tutte le pareti, sostituite, là dove sono cadute, da un’incrostazione calcarea a suggestivi riflessi rosati che si stende su ogni altra superficie. Le pitture, comprese fra il XIII e il XVI secolo, di cui è dato intravedere il soggetto sono poche: vicino alla pila dell’Acqua Santa (Vergine col Bambino, ss. Bernardo e Cristoforo), sulla parete a sinistra dell’ingresso (Giudizio universale, sec. XIII) discretamente conservato (si notino i campanili poligonali delle chiese che popolano la città del Paradiso simili a quello della stessa s. Maria), nell’arco del presbiterio (vita di s. Giovanni Battista, sec. XIV-XV; s. Cristoforo, il vescovo s. Gottardo): queste ultime sono in parte sovrapposte in tre successivi strati. Da notare a parte, chiuso in una pesante cornice barocca, il celebre affresco del « Miracolo dei Magi », la cui storia è ricordata da una lapide secentesca li accanto: il vetro opaco per le incrostazioni interne che lo coprono permette solo d’intravedere tracce incerte di dipinto e impedisce di risolvere il problema se si tratti dell’affresco originale qui trasportato dalla chiesa di s. Giovanni, o di una sua riproduzione. La balaustra, i cinque altari e l’attuale fonte battesimale nel mezzo della chiesa sono spiacevoli aggiunte più o meno recenti; va notato che, fino a tutto il ‘500, al centro era il fonte battesimale primitivo ad immersione, più basso del pavimento: i vescovi Volpi e Ninguarda deplorano perciò la frequente invasione delle acque del lago vicino dal fonte stesso su tutto il pavimento della chiesa, e dopo il 1593 la vasca appare riformata nell’attuale. Questa riforma deve aver sepolto il primitivo pavimento a mosaico che fu intravisto in occasione di lavori recenti; nell’attuale pavimento a lastroni ha trovato posto una pietra tombale dei Curti-Petarda di Gravedona (v. cap. VII, Grav.). Nella chiesa sono ancora da osservare le quattro colonne degli archi laterali con tre dei loro capitelli di origine tardo romana, un’ara pagana (v. cap. III, 3) vicino all’abside minore di destra; in quella di sinistra un colossale crocifisso ligneo, scultura di epoca barbarica con influssi bizantini, proveniente forse dall’antica s. Vincenzo. Nell’uscire dalla porta principale si osservano a fianco del vestibolo, nello spessore della facciata, le due scale che mettono al loggiato interno superiore e al campanile. I costruttori di s. Maria del Tiglio, senza dubbio uno dei monumenti più insigni del Lario, sono unanimemente indicati nei Maestri Comacini, gli stessi a cui sono dovuti il s. Abbondio e il s. Fedele di Como che presentano tanti caratteri comuni con quelli del nostro monumento. Al quale sono legate alcune curiose leggende che val pure la pena di ricordare: oltre l’origine ad opera della Regina Teodolinda (v. cap. II), i rapporti coi Barbarossa, il quale risalendo il Lario in cerca di bottino, nell’avvicinarsi a Gravedona vide uscire fiamme dalla chiesa di s. Maria e credendo il paese già saccheggiato, se ne allontanò; e ancora la leggenda che i Gravedonesi, avendo catturato il bottino di una nave del Barbarossa veleggiante pel lago, avrebbero nascosto in s. Maria, tra l’altro, nientemeno che la corona imperiale; e c’è chi crede che il « Tesoro del Barbarossa » vi sia tuttora nascosto, mentre altri asseriscono che una volta ne sia stata ritrovata una parte in un antico stivale nei muri di un mulino in località del Maglio. Il tesoro della basilica di s. Vincenzo è tra i più celebri del lago di Como e risulta anzitutto dei doni fatti in varie epoche dai Gravedonesi alla loro chiesa; esso si conserva nella sagrestia di s. Vincenzo ed è visibile a richiesta. Consiste in una grande croce astile, in un calice, e in altri oggetti minori, oltre la « Pace » attualmente perduta. La « Croce d’oro », opera insigne di un gravedonese del sec. XV-XVI, l’orafo Francesco Ser Gregori autore delle simili croci di Pianello e di Dongo (v. cap. IV, 21, 41) dimostra l’alto grado di perfezione a cui era giunta l’oreficeria comasca nell’età del Rinascimento che regalò una serie incomparabile di simili croci alle chiese di tanti paesi lariani e valtellinesi; la ricchezza della decorazione e la cura minuziosa dei particolari, caratteristica comune dell’arte lombarda di questo periodo, si uniscono qui alla tradizione goticizzante, ancora radicata nella zona. La croce ha oggi di originario solamente la base esagonale, che porta sopra il nome dell’artefice e la data (1508) sei facce aperte ciascuna da una finestrella gotica polilobata, contenente una figurina di santo cesellata a tutto rilievo; tra le facce gli spigoli hanno pilastrini tortili cuspidati e sopra di esse sono lunette gotiche a decorazioni fiammeggianti racchiudenti smalti colorati a tinte cupe con figure di santi. Sopra questa base si innalzava la croce a traforo con ornamenti e contorni sporgenti a gemme e fogliami e medaglie a smalto coll’effigie dei Dottori della Chiesa; sul recto il Crocifisso era attorniato dai busti delle Marie e dell’Evangelista; sul verso appariva la figura dell’Eterno Padre, sedente fra i quattro simboli evangelici. Poichè nel 1920 la croce fu rubata e si riuscì a recuperarne solo la base, il resto fu rifatto identico all’originale a cura dei fratelli Borghi di Malnate (1928). Il calice, che ha subito la medesima vicenda della croce, è andato completamente perduto e ciò che vediamo noi oggi è la esatta riproduzione dovuta anch’essa ai fratelli Borghi: si trattava di un lavoro mirabile di cesello, dovuto forse in origine allo stesso Ser Gregori: sulla base a sei lobi arricchiti di gemme erano sei vivaci smalti su argento (Crocifissione, Vergine e santi); nei Gambo edicolette gotiche a finestrelle con ceselli e smalti (Redentore e santi); a metà del gambo un nodo ricchissimo con altre figure di santi; all’esterno della coppa ancora smalti e ceselli, alcuni dei quali a modo di biscia viscontea. Il paragone più ovvio è da riferire ad altro simile calice di Chiavenna, privo però degli elementi gotici e forse un poco posteriore. La cosidetta « pace di Gravedona » fu pure trafugata, ma non fu rifatta: su di una tavoletta lignea rettangolare (cm. 20 X 25) sormontata da cuspide erano applicate, entro cornice scanalata, le rozze figure del Buon Pastore seduto su di una roccia e appoggiato al bordone e quella di un angelo circondata da una fascia con la scritta in caratteri gotico-romanici: « Jesu Augusti hec figura fabricala fuit ex voto tempore decomanie ». Il lavoro fu giudicato per i suoi vari caratteri della fine del ‘200 o dell’inizio del ‘300, e cioè del tempo in cui apparvero i primi prodotti dell’arte Campionese, a cui si poteva collegare. L’interpretazione del termine decimania, che potrebbe con esattezza indicarne la data, è stato ed è tuttora oggetto di controversia: si trattava forse di una associazione fra ecclesiastici della zona comasca, con statuti e beni comuni, ma il fatto che di tale associazione non è traccia nelle pergamene coeve appartenenti alle Tre Pievi può anche far pensare che il cimelio sia stato portato a Gravedona da altra sede.
Fra gli arredi sacri è un antico paliotto con fasce preziosamente ricamate su velluto rosso ed un baldac chino del medesimo pregio; una pianeta, forse del ‘400, a forma allungata e con una gran croce in broccato a ricami fu vista dal Monti ed ora è scomparsa.