Chiesa di Sant’Eufemia
Sorta come chiesa del castello e secondo la tradizione dedicata prima a s. Childerico con il fortilizio adiacente, la chiesa di s. Eufemia, così chiamata almeno dal 1477, si presenta in posizione pittoresca sulla prima balza rocciosa del Sasso tra il Giardino del Merlo e le cave di marmo.
Il Ninguarda (1593) la trovò quasi senza tetto « per le guerre e la distruzione del castello » avvenuta circa sessant’anni prima, essendo situata accanto ad esso (« in loco ubi erat castrum vetus Mussij »); conservava tuttavia la cappella voltata con i dipinti della Vergine, di s. Eufemia e di s. Rocco.
L’odierno edificio è un piccolo oratorio ad una nave, dalle forme semplici e graziose, fronteggiata da un portico su due colonne ad ampia campata: sulla pietra della finestra destra della facciata è scolpita la data 1662. Due rozze croci scolpite in rilievo sullo stipite destro del portale, certamente appartenuto al precedente edificio del quale attestano la consacrazione, ed i numerosi pezzi di marmo lavorato, alcuni con iscrizioni, che si trovano inseriti nei muretti del sagrato, ricordano l’antichità e l’importanza del luogo; una di esse in caratteri rozzi e corrosi è interessante per la probabile allusione al Comune medioevale di Musso. In un piccolo ripiano adiacente, ora invaso da robinie, si ricordano le sepolture dei morti di peste, ed anche oggi, ogni anno, vi si sale in processione per le rogazioni.
Quanto alla tradizione di s. Eufernia, il cui nome potrebbe essere di origine bizantina come la chiesa omonima dell’Isola Comacina e la basilica fondata in Como da s. Abbondio (poi divenuta s. Fedele), lo stesso Ninguarda (1593) riferisce che ogni anno convenivano a Musso le popolazioni vicine, e particolarmente quelle della diocesi di Milano dalla sponda opposta del lago (la diocesi milanese comprendeva la riva da Lierna a Do-rio), soprattutto da Sueglio nella vallata di Dervio, in ossequio ad una ingenua leggenda viva colà che giustificava la loro devozione particolare; S. Eufemia, pia e costumata donna di Sueglio, era disprezzata e derisa dai suoi compaesani, tanto che un giorno prese con sè una sega ed una campana, discese al lago e, spartite in due con la sega le acque, giunse all’asciutto fino a Dongo. Qui la campana, cadutale di mano, sprofondò nell’acqua e Ia santa disse: « Sì, sì, vai pur giù, che tanto non troverai il fondo », e questo avvenne, poichè proprio in quel punto le acque sono molto profonde. Poi la santa, venuta sul Sasso di Musso, giorno e notte vi si tratteneva in profonde orazioni al Signore, tanto da richiamare la venerazione e i doni degli abitanti. Dopo la sua morte fu costruita in suo onore la chiesetta che venne a trovarsi proprio sul confine fra il territorio di Musso e quello di Dongo, con la porta rivolta verso Musso. Ma ecco che durante la notte gli abitanti di Dongo salivano sul monte a murare la porta e ad aprirne un’altra dalla loro parte; ma ogni volta, al mattino seguente, si trovava murata la porta nuova e riaperta la prima. In tal modo la santa dimostrava la sua predilezione per quelli di Musso.
Ancor oggi, la terza domenica di settembre, giorno di s. Eufemia, gli abitanti della valle di Dervio vengono in pellegrinaggio alla chiesa con i loro caratteristici costumi.
IL GIARDINO DEL MERLO
Lungo l’ultima balza ripidissima del Sasso, tra la chiesetta di s. Eufemia ed il lago, in territorio dell’antico castello, il nobile Giovanni Manzi costruì dal 1858 al 1883 quello che egli chiamò il e Giardino del Merlo », ricavando con ingegno e tenacia non comuni dalla rupe arida e scoscesa uno dei più sorprendenti giardini del Lario, mèta di turisti italiani e stranieri. Piccoli ripiani ricavati dalla roccia, grotte con giochi d’acqua, gallerie, sale di riposo nascoste nel vivo della pietra, arditi e tortuosi passaggi, ponti aerei e viadotti, e, dovunque fosse possibile, una meravigliosa vegetazione anche di piante rare ed esotiche (si parlò di ben 120 specie) in un vasto e complesso parco suddiviso in giardini minori (giardino privato della valle del Fighetto, del Marronaio, di s. Eufemia, i viali dell’Impossibile, il giardino della Zecca, il torrino « Volere è potere », ecc.). Il dirupo che scende a picco sul lago e dà al visitatore il brivido del vuoto dinnanzi ad un incomparabile panorama procuravano al giardino del Merlo una caratteristica inconfondibile. Morto il Manzi improvvisamente in quel suo stesso giardino, nel punto dove è ora a suo ricordo una lastra di marmo bianco intarsiata da una croce nera con una epigrafe, la nobile Giuseppina Manzi ne continuò l’opera, finchè il luogo fu acquistato dalla Ditta Scalini che sta costruendo le sue fornaci nella parte verso il lago.