Chiesa di Santa Maria in Martinico
Santa Maria in Martinico: Il documento più antico che ricorda la chiesa è del 1299, seguito da altri (AP. Dongo) del 1412, 1469, 1479, ma la presenza nello spigolo esterno verso l’abside di un rozzo leone simile a quelli di s. Nicolò di Piona, probabilmente creato per servire a sostegno delle colonne di un ambone, e la semplicità della facciata del tutto disadorna, la fanno supporre coeva a s. Nicolò di Piona, cioè almeno del sec. XII. La descrizione più antica superstite è quella del Ninguarda (1593), che allude ad affreschi ed ancone di valore di cui oggi non si ha più traccia: un Crocifisso con la Vergine e s. Giovanni ad affresco (cappella a sinistra), un altro entro ancona di legno (cappella a destra) ed un’ancona con la Vergine in rilievo e i ss. Stefano e Giovanni, l’Eterno Padre ed un’Annunciazione (altar maggiore). Un’altra descrizione è quella di don Santo Monti (1898) prima dei radicali restauri del 1910-12, quando esistevano ancora il campanile, il coro, la segrestia, due cappelle e la scuola di una confraternita, in seguito abbattute, e soprattutto quando gli affreschi del Fiammenghino, erano al loro posto originario nelle pareti e nella volta del presbiterio (colossali figure degli Apostoli e della Vergine Assunta). Il restauro si propose di rimettere la chiesa nelle condizioni primitive, ridotta cioè ad un corpo rettangolare in pietra viva da cui sporge l’abside semicircolare: quest’ultimo fu potuto ricostruire esattamente sulle tracce di quello originario col materiale primitivo ritrovato sul posto. Il fianco sinistro della chiesa che è l’unico ampiamente visibile e come tale risulta forse da successivi arricchimenti, presenta una finestra tonda e tre a sguancio a tutto sesto; due portali, di cui uno solo è l’antico, con arco a tutto sesto e cordonature sostenute da colonnine con basi e capitelli scolpiti ed arricchito da mascheroni alle mensole dell’architrave; la parete è ornata negli archi da pietre alternate bianche e nere mosse, nel coronamento, in archetti e dentelli simili a quelli di s. Maria del Tiglio di Gravedona. ll campanile è fattura moderna in stile romanico; l’interno, del tutto nudo e disadorno, presenta alle pareti come caratteristica principale alcuni affreschi del ‘400 e una parte di quelli del Fiammenghino sistemati entro cornici. Vi è una bella pila marmorea per l’Acqua Santa del sec. XVI e nella finestra centrale una bellissima vetratina a colori (Vergine Assunta). Una lapide inclusa nel muraglione di fronte alla facciata della chiesa ricorda che lì fu il cimitero di Martinico fino ai nostri giorni, e da un documento del 1412 (AP. Dongo) sappiamo che già vi esisteva in quella data. Inoltre, dal « Libro della ricavata » già citato, si rileva in data imprecisata che nei pressi di s. Maria erano alcuni ruderi con affreschi e colonne di un convento forse dedicato a s. Marta. La croce astile in argento dorato (m. 0,78 X 0,40) oltre un elegante calice (G. B. quondam Thomaso, 1686) e due secchielli cinquecenteschi in ottone con bei graffiti, è l’opera più insigne della chiesa; essa è dovuta all’orafo gravedonese Francesco Ser Gregori che nella iscrizione ha apposto la data del 1513. E’ questa forse l’ultima della serie di opere analoghe dovute all’artista, nota per il lavoro di disegno e di cesello, ma sopratutto per i vivaci smalti del nodo esagonale (alt. cm. 12), in bianco e rosa su fondo azzurro, che rivelano una esperta mano di miniatore e provengono forse da altro oggetto. Sul diritto è il Crocifisso e nei lobi l’Addolorata, s. Giovanni Battista, s. Stefano e la Maddalena; sul rovescio Cristo Redentore e nei lobi i simboli dei quattro Evangelisti; tutt’attorno palle e bottoni ornamentali.