Chiesa di San Bartolomeo

Dopo il primo ricordo di questa chiesa del 1247, ogni altro documento superstite si riferisce alla lotta te­nace dei Domasini, di cui le origini certamente re­mote ci sfuggono, per sottrarre la loro parrocchia dalla dipendenza della plebana di Gravedona; lotta contro de­creti vescovili e perfino (1252) contro una sentenza pa­pale, rifiuto di pagamenti di decime e di contributi per il restauro di s. Maria del Tiglio, indipendenza nella nomina del parroco (1313). Alla fine la chiesa è eretta in prevostura con sei canonici (1637), poi in vicariato foraneo, e quindi arcipretura del tutto indipendente da Gravedona (1946). Il Ninguarda ci ha lasciato la descrizione della chie­sa come era al suo tempo (1593): portico esterno con colonne di serizzo dalla parte del cimitero; all’interno una tribuna sopra la porta maggiore, affreschi molto an­tichi nell’abside con un grande crocifisso dipinto; pit­ture nella cappella di s. Marta e due grandi ancone do­rate in quelle di s. Nicolò e di s. Antonio. L’edificio attuale, pur grandioso, non presenta al­cun particolare notevole all’infuori di una bella Pietà dei Rodàri scolpita in marmo a tutto tondo sopra la porta laterale esterna, e all’interno di affreschi del sondriese Cesare Ligari, figlio di Pietro, di un quadro che si ri­tiene del Morazzone (ss. Pietro e Paolo), di una tela at­tribuita al Giampietrino (Cristo schernito), di un Croci­fisso lungamente venerato, e di una piccola antica ve­trata a colori. Nella cappella della Vergine è il sepolcro del conte Luigi Panizza (1639), governatore spagnolo del Forte di Fuentes, e grande benefattore di Domaso dove ri­siedeva. La visita alla chiesa è interessante per la Croce asti­le ivi conservata, che è forse il più grandioso pezzo del­l’orificeria comasca e che fu più volte esposta in Mo­stre d’arte sacra italiane. Opera del comasco Giovan Pietro Lierni, autore delle croci simili di Buglio, De­lebio e Teglio in Valtellina, di cui porta inciso sui lati del fusto il nome e la data del 1533; è in argento dorato (m. 1,26 X 0.69; peso kg. 11,50) con l’anima in legno rivestita di pelle rossa che dà risalto ai trafori delle lamine soprastanti. Sorge su di un nodo esagonale (ri­portato alla struttura originaria del restauratore G. Ra­vasco, 1934) con figure di santi in altorilievo entro finestrelle rinascimentali sostenute da angeli e sormon­tate da un timpano gotico con testine entro tondi. Sopra il nodo e sull’asta della croce, entro sei anco­nette, imagini di santi. Le braccia della croce ornate da trafori si espandono alle estremità in nicchie a con­chiglia formando a loro volta altrettante piccole cro­ci; entro le nicchie i busti della Vergine, di s. Giovanni e delle Marie sul diritto e gli emblemi degli Evange­listi sul rovescio. Al centro il Crocifisso sul diritto, e sul rovescio l’Eterno Padre seduto che regge il mondo. Lungo l’orlo un profluvio di acroteri, palmette, fiorami, rabeschi e molti elegantissimi boccioli, comuni alle croci quattro-cinquecentesche: ornamentazione ricchissima e tanto esuberante da preannunciare il barocco, eccezionale maestria nella modellatura delle figure, nello sbalzo e nel cesello. Alla prepositurale di Domaso appartengono anche bei candelabri in bronzo e tre calici d’argento notevoli per lo sbalzo ed il cesello.